Dentro il nuovo Corinthia Rome, Carlo Cracco firma un ristorante che prova a dialogare con Roma tra alta cucina, richiami al territorio e un lusso ancora in cerca di calore

Nel cuore di Piazza del Parlamento, dentro il nuovo Corinthia Rome, Viride by Carlo Cracco porta nella capitale un’idea precisa di alta ristorazione: lusso, firma d’autore, richiami al territorio e l’ambizione, neppure troppo nascosta, di parlare a un pubblico internazionale abituato a certi codici.

Si tratta chiaramente di un ristorante di fascia alta, e la firma di Cracco si percepisce bene, sia nella carta sia nel beverage. Ci sono prodotti che portano direttamente il suo nome, come il gin, ma anche l’olio che rimanda alla sua dimensione più personale e agricola, legata a Vistamare, il progetto sviluppato con la moglie Rosa Fanti sulle colline di Santarcangelo di Romagna. Abbiamo assaggiato proprio quell’olio, inserito in un racconto molto preciso, costruito attorno alla figura dello chef e al suo mondo.

In generale, però, questa esperienza di lusso, collocata in un contesto di Roma bene, è sembrata un po’ forzata. Il motivo è abbastanza chiaro: i grandi gruppi stanno cercando di accompagnare Roma verso un modello più vicino a Milano, ma la distanza, almeno oggi, resta evidente.

Negli ultimi anni l’hôtellerie di fascia alta sta investendo con decisione sulla capitale, con l’obiettivo di intercettare un pubblico più elitario e internazionale. Ma Roma e Milano restano due città profondamente diverse, per struttura, mentalità, ritmo e modo di vivere certi luoghi. Ed è una differenza che si avverte anche in progetti come questo.

Quello che invece funziona è il tentativo di personalizzare alcuni piatti storici con riferimenti romani e laziali. Per esempio, nell’insalata russa compare il guanciale. Anche nel tuorlo fritto entrano ingredienti come il pecorino romano e i carciofi, due richiami molto chiari alla città e al territorio. C’era poi anche l’agnello, sempre in questa direzione. È un aspetto interessante, perché segnala la volontà di dialogare con Roma e non semplicemente di trasferire altrove un format già definito.

Detto questo, la sensazione generale è stata comunque di una certa freddezza. Un po’ freddo il contesto, un po’ fredda l’atmosfera. E il colpo d’occhio, in questo senso, ha pesato: era sabato sera, in un hotel appena aperto, con un nome come quello di Cracco, eppure in sala c’erano diversi tavoli vuoti.

Servirà tempo, certo. Ma anche questo dettaglio restituisce l’idea di un pubblico che questi progetti cercano ancora di costruire a Roma guardando più a Milano che alla capitale. Il lusso può arrivare, e infatti sta arrivando. Più difficile pensare che basti questo a cambiare davvero la natura della città.

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