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Enoturismo. Tra vini e cantini, la vera forza è nei social?

Oggi le parole non hanno più importanza. A forza di scrivere con tag e hashtag stiamo finendo in quel vortice di omologazione che da tempo oramai domina. #enoturismo. Vi dice qualcosa? 

La verità è che abbiamo capito cosa può renderci popolari e usiamo questi “parametri” per raggiungere i nostri scopi. Le nostre visualizzazioni. 

Un mare di hashtag

Quanti, in quest’estate di fuoco, hanno raggiunto mete per il solo gusto di approfondire o limare le proprie conoscenze? Sicuramente in tanti. Sicuramente in pochi. Tra i due sicuramente c’è proprio quel mare di hashtag che ci ha permesso il posizionamento desiderato. Quello che mi accingo a fare spesso è osservare. L’ho fatto anche in un mio percorso presso una famosa cantina.

Enoturismo ed emozioni

Ho osservato il bello, il miracolo dell’agostamento e dell’invaiatura. Ho osservato dentro di me il miracolo che di lì a poco andremo a degustare nei calici. Ho osservato, ahimè, pecche  e limiti nell’enoturismo che vorrei valutare qui con voi. Ma ho osservato le persone intorno a me. Tutto era necessario filmarlo nel giro di 60 secondi, perché questo è il tempo assoluto dei social. Questa sembra essere l’importanza reale dell’esperienza.

Ma partiamo dalla prima cosa che spesso può accadere quando si fa visita a una cantina. L’organizzazione e la possibilità per gli ospiti di vivere al meglio l’esperienza della cantina stessa sta nella speranza dell’ospite di poter fruire di annate passate.

Essenze?

Almeno questa è la prospettiva che la gran parte degli enoturisti coltiva in serbo. Spesso però questo non avviene, limitando la degustazione e la conoscenza a una manciata di annate: ultima onnipresente fino a un massimo di 4-5 millesimi indietro. Non è accettabile oggi, conoscere le sfumature e i cambiamenti del tempo è parametro necessario per comprendere l’evoluzione stessa della cantina. Inoltre, la possibilità di degustare il proprio passato dovrebbe essere peculiarità stessa dell’azienda: i tesori spesso non si vendono!

Altra assenza che spesso è fin troppo presente, è l’incapacità magari spesso strutturale, da parte della cantina di “offrire” un percorso anche sul territorio circostante: il vino è espressione del territorio. Comprendere, toccare con mano la biodiversità su cui si ergono le vigne, significa entrare in un calice che possiamo ben comprendere, raccontare e soprattutto, ricordare. 

Spesso accade anche che a raccontare il luogo, non è l’attore principale, ma una comparsa. Mi spiego. È bello ascoltare il racconto, ma viverlo è un altra cosa. Se a raccontare la cantina è chi ne fa parte, tutto ha un altro sapore che si riempie di sfumature che in noi diventano emozioni. La distanza tra chi produce e chi vuole saperne (e poi comprarne) dovrebbe essere accorciata. 

Tutto questo poi, si riempie di social e di hashtag. Ma veramente c’è il bisogno da parte di aziende di voler essere veicoli di becere visualizzazioni? Ma veramente il primo canale giusto è quello di uno smartphone? Eppure, gli occhi, il naso e la bocca sono ancora oggi gli unici giudici che testimoniano della grandezza o meno di un vino. E il processo, almeno mi auguro, oggi è nel totale silenzio. 

L’Italia ha i suoi monumenti anche nel vino. L’Italia però deve riuscire a superare se stessa, sfidando l’idea di avvicinare più che allontanare. Restiamo sempre i maestri dell’accoglienza, del buon vivere e del buon bere. Restiamolo fino in fondo.

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