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Con Valerio Beltrami, presidente nazionale di AMIRA, un percorso che sottolinea l’importanza dell’accoglienza, tramite per un’esperienza totale del cliente e dell’ospite.

Che cos’è AMIRA?

“AMIRA (Associazione Maîtres Italiani Ristoranti ed Alberghi) nasce nel 1955 presso il Ristorante SAVINI di Milano. Siamo riconosciuti dal governo, siamo presenti su tutto il territorio italiano con 50 delegazioni e siamo presenti con altre delegazioni, come in Svizzera e Montecarlo. Lavoriamo anche per essere presenti a Shangai, Boston e in Norvegia. Ci occupiamo di rilanciare il valore di maître, incrementando la reciproca conoscenza e amicizia tra associati, in nome di una costante crescita professionale. L’accoglienza la fa chi ti accoglie, ed è una fase fondamentale dell’esperienza delle strutture ricettive”.

AMIRA: la valorizzazione dei giovani e il contatto con le scuole

Puntiamo molto sui giovani, siamo in contatto continuo – soprattutto in questo momento – con tantissime scuole alberghiere italiane, non con l’intento di sostituirci all’insegnamento ma per dare una testimonianza d’amore per questo mestiere. Non può infatti prescindere dall’amore per quello che si fa. Per questo motivo puntiamo molto sul rafforzamento della professionalità nella formazione scolastica con indirizzo tecnico. I nostri clienti sono considerati come ospiti. Come tali io sono chiamato a dare il 100% di me stesso per farli stare bene. A maggior ragione dopo una situazione come quella presente il cliente, quando tornerà, cercherà questo: sicurezza, tranquillità, fiducia e un posto dove viene coccolato in tutto e per tutto. Nel male questo Covid-19 ci ha ribadito questa visione di ristorazione.

Per Valerio Beltrami il personale di sala è una categoria ancora meno tutelata rispetto alla ristorazione stessa?

“Senza dubbio! Se in una città come Milano, con centinaia di uffici, si lavorava tanto anche a pranzo, oggi con il lavoro agile come sarà il futuro della ristorazione? Gli stessi provvedimenti del governo sulle riaperture all’aperto non incentivano il lavoro di accoglienza di maître e sommelier. Una riapertura all’aperto non permette di avere un piano B e non tiene conto della realtà extra urbana come quella della montagna, che ha delle temperature tali da non permettere la messa in atto di queste misure. La situazione è molto difficile. La gente ha tanta voglia di uscire e questa voglia repressa rischia di non permettere il rispetto delle regole necessarie per contenere la curva di contagio. D’altra parte – nonostante ci vorrà del tempo – chi ha qualità riuscirà a sopravvivere. Per questo motivo stiamo continuando a investire nei sistemi di formazione di accoglienza del cliente e di diversità di trattamento a seconda delle esigenze diverse di ogni cliente. Oggi giorno i mass media ci inondano di programmi di cucina, ma quella è la punta di un settore enorme che spesso non corrisponde alla realtà professionale. Agiamo anche per dare una visione di insieme di tutto questo mondo professionale”.

Quali sono le attività che sta portando avanti l’associazione?

“Noi di AMIRA abbiamo scritto a ministri, sindaci, conoscenti, onorevoli. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti. La gente si riversa in piazza perché è stufa. Inoltre il Covid 19 convive con un male ancora più grande che in Italia c’è da sempre, cioè è la burocrazia. Non si può fare niente senza centinaia e centinaia di carte. La gente è sfiduciata e tanti nostri associati mi chiedono, sempre più disperati, cosa si può fare. Noi tuttavia abbiamo le mani legate in una situazione del genere. Continuiamo a fare call con associati, organizzatori, scuole, ma la gente comincia a non avere più i soldi per pagare le tessere associative. Alcuni sono 14 mesi che non lavorano. È umiliante vedere gente con una carriera di tutto rispetto che non sa come andare avanti. Continuiamo a lavorare con le scuole perché sono il nostro futuro. L’Italia può sopravvivere con il turismo e dobbiamo formare giovani che amano la professione dell’accoglienza. Carne sul fuoco ce n’è tantissima, ma continuiamo ad avere pochissimo spazio di manovra”.

 

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