A spasso per le meraviglie nascoste di Montefalco

L’Umbria è la regione che offre al bel Paese tutta la sua ricchezza: l’argento dei suoi secolari ulivi, le perle di una cucina antica e i rubini dei suoi vini. Passeggiando tra i suoi borghi ci si perde nel tempo dove tutto sembra incantarci in una danza eterna. Montefalco e Assisi saranno le tappe di questo viaggio immaginario: andremo per le vie del sacro e del profano attraverso ebbrezza e santità. 

Montefalco vanta una storia molto antica: posta sulle alture della regione, gode del titolo di “ringhiera dell’Umbria”. Dalla sua posizione ci si perde in uno dei panorami più belli d’Italia. Da qui, le città di Perugia, Foligno, Assisi e le altre si lasciano contemplare senza intralci, con dietro le vette degli Appennini, che attraversano la regione.

A lasciare senza fiato, però, è la macchia di oliveti e vigneti che, in una distesa collinare, sembra perdersi fino all’orizzonte. Anche se l’idea è quella di restare ancora qui davanti a questo spettacolo, dobbiamo iniziare la strada del sacro e recarci alla splendida Chiesa di San Francesco a Montefalco.

Costruita nel 1336 a opera dei Frati Minori Francescani, la chiesa oggi è un complesso museale che comprende diverse aree tra cui la ex chiesa, la pinacoteca, la cripta e le cantine dei frati che accolgono gli strumenti usati dai monaci per la lavorazione del vino. Di notevole interesse storico e artistico è il ciclo pittorico della vita di San Francesco che nel 1452 Benozzo Gazzoli lasciò in eredità alla chiesa, come il Perugino con la sua splendida Natività.

Continuando sulla via del sacro, altra tappa obbligatoria è la Chiesa di Sant’Agostino: iniziata a metà del ‘200 oltre a custodire affreschi del ‘300 e del ‘400, conserva e protegge la Leggenda del Beato Pellegrino di Montefalco. La storia racconta che nel 1300 un pellegrino si recò in questa chiesa per pregare davanti ai corpi delle sante Chiarella e Illuminata. Il pellegrino si fermò ben oltre gli orari concessi e, ancora in ginocchio, si addormentò. Al mattino, il sacrestano trovò l’uomo ancora in ginocchio e tentò invano di svegliarlo: il pellegrino era morto. Fu così che il sacrestano provvide alla sua sepoltura. Il mattino seguente però lo stesso sacrestano trovò di nuovo il pellegrino nella stessa posizione di venerazione.

Diversi e inutili furono i successivi tentativi di sepoltura del pellegrino: ogni volta veniva ritrovato nella stessa posizione. Fu così che i frati decisero di collocare il corpo del pellegrino nel campanile. La magia di questa storia è che con il passare del tempo il corpo non ha mai subito decomposizione e ancora oggi è possibile guardarlo in una teca nella stessa e immutata posizione di quasi 700 anni fa. 

È il momento di scendere per la via del profano e di sederci a tavola. Montefalco, senza dubbio, è legata al vitigno che si impone simbolo dell’intera regione umbra, il sagrantino. La storia di questo vitigno e di come sia arrivato a Montefalco si perde nella notte dei tempi e nelle divergenze degli scienziati: secondo alcuni sarebbe stato importato presumibilmente dalla Spagna, secondo altri si tratterebbe di una varietà autoctona.

Di sicuro ben lo conoscevano i benedettini che lo coltivavano per produrre un vino dolce destinato solo alle celebrazioni religiose. Tale importanza gli fu conferita probabilmente perché il sagrantino non offriva raccolti abbondanti, ma era carico di grappoli con acini piccoli dotati di una buccia spessa ricca di polifenoli che ben resiste all’attacco di muffe e parassiti: situazione ideale per ottenere buoni risultati con la tecnica dell’ appassimento.

I benedettini seppero così sfruttare al meglio le peculiarità del vitigno: dopo un periodo sui graticci di legno, ottenevano una versione passita. I monaci avevano inoltre intuito che questa era l’unica soluzione per domare l’aggressivo tannino del Sagrantino, tra i più duri dei vitigni nostrani: l’appassimento, favorendo un maggiore aumento zuccherino, andava a mascherare di fatto la durezza del vino. La lungimiranza dei monaci è arrivata fino al 1970. Solo a partire da questi anni, grazie all’ingegno di alcuni produttori, si è vinificata anche la versione secca.

Il Sagrantino è riuscito così a imporsi come grande rosso da evoluzione e nel 1979 arriva il riconoscimento DOCG. E a cosa abbiniamo questo vino? Nella sua veste profana e secca, con un assaggio ricco di struttura ma decisamente tannico, possiamo accompagnarlo a un filetto di manzo al Sagrantino con lamelle di tartufo nero o al piccione farcito, due piatti tipici di Montefalco; nella sua veste sacra e dolce che resta moderatamente tannico e con dolcezza contenuta, possiamo accostarlo a una torta al cioccolato e frutti di bosco oppure, giocando in casa, abbinarlo alla Rocciata di Assisi: una sfoglia ripiena di frutta fresca e secca, cacao e spezie. 

Leave a Reply

So Wine So Food

I più grandi chef, le tendenze internazionali, gli eventi più trendy e le cantine migliori in territorio nazionale e internazionale.

Project by K-Lab Project

© 2015 SOWINESOFOOD
Iscrizione al registro stampa del
tribunale di Velletri (Roma) N. 15/2016 del 18/08/2016

T: 0691516050
E: info@sowinesofood.it