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– Pssss. Ehi… tu! –

Mi guardo intorno. Qualcuno mi sta chiamando. Ma cerca proprio me? Perché?

Ruoto la testa in ogni direzione, nel tentativo, forse fallimentare, di captare la fonte del suono. Di individuare il proprietario di quelle parole.

Lo trovo. Ci ho messo non più di qualche secondo. Se non ci fosse stata questa musica ad altissimo volume probabilmente ci avrei impiegato anche meno. E’ un signore. Vestito con il giusto dress code. Ovvio: altrimenti non avrebbe mai potuto partecipare ad una serata simile. E’ al bancone del bar. Come me. Solo qualche “posizione” più avanti. Mi sorride. E spostando l’aria verso di se con la mano, mi fa segno di avvicinarmi.

Mi sento in un film di David Lynch. Forse tra poco mi chiederà se può telefonarmi a casa…

– Dimmi… – gli faccio io raggiungendolo.

Lui continua a sorridermi come aspettando qualcosa. Strizzo gli occhi cercando di riconoscerlo. Niente. La mia mente buca. Non riesce a rintracciare da nessuna parte, nemmeno negli angoli più oscuri o meno frequentati, il ricordo di questo volto. Chiedo aiuto all’alcol che, tra un cubetto di ghiaccio e l’altro, galleggia sul fondo di un bicchiere colorato.

– Che ti avevo detto? Ci sarebbero stati stravolgimenti… –

Bingo! La mia memoria fa subito contatto. E, come la giostra dei cavalli in un Luna Park abbandonato, si accende di colori intensi, accompagnati da una nenia difficile da mettere da parte. Ora tutto gira. Tutto è chiaro. Ogni cosa è illuminata, per citare il titolo di un libro meraviglioso. Peccato che, intorno, il resto rimanga al buio, come avvolto in una nebulosa. 

Tento di ricostruire. Conosco quest’uomo. Cioè: ci ho già parlato prima. Si era intromesso in una conversazione tra me e Niko Romito (chef di Reale come sapete) e ci aveva effettivamente annunciato alcuni cambiamenti di classifica. Ma a distanza di così tante ore e soprattutto dopo tutte le emozioni vissute, vattelo a ricordare! Deve avere il suo peso anche il jet lag. Sono arrivato questa mattina dall’Australia e non è che ho ancora assorbito bene questa maligna invenzione conosciuta dai più come “fuso orario”. Dopo quasi diciotto mesi di viaggio, il mio corpo comincia a dare qualche segno di cedimento…

Mi trovo a Bilbao. All’Euskalduna Conference Centre and Concert Hall, auditorium all’interno del quale si è appena tenuto il The World’s 50 Best Restaurants.

Cominciamo col descrivere la serata: molto up. Molto rock! L’atmosfera è meravigliosa: nella sala principale la musica altissima permette di entrare perfettamente nel mood dell’evento anche se io mi lascio conquistare da tutti gli stand degli sponsor principali che propongono cose molto particolari. Notevoli.

Se dovessi fare un confronto con un’altra manifestazione simile, cioè la presentazione della Guida Michelin, dovrei dire che il 50 Best è molto più interessante. Tanto, certamente, dipenderà dal fatto che a Bilbao era presente tutto il mondo enogastronomico mentre, invece, la Guida viene proposta nazione per nazione. Ma ho avuto come l’impressione che quello spagnolo fosse un evento più ricco di contenuti.

Ne ho parlato anche con diversi chef: italiani e non. A dire il vero avevo cominciato durante il pranzo: andando a trovare Eneko Atxa e il suo Azurmendi. Seduti ai tavoli accanto al mio ho incontrato moltissimi altri cuochi, con i quali ho scambiato diverse osservazioni e molte risate. Le più sincere, però, me le hanno tirate fuori Atxa e il suo sous chef Matteo Manzi. Strepitosi.

Passiamo al commento vero e proprio della manifestazione. Come in tanti sanno il The World’s 50 Best Restaurants con la mera cucina c’entra il giusto. Quasi tutto, infatti, è deciso dagli sponsor.

Da un punto di vista esclusivamente campanilistico devo dire che per l’Italia, l’edizione del 2018, è stata davvero un gran successo. Oltre che per la vittoria di Massimo Bottura e della sua Osteria Francescana (per due volte in tre anni sul tetto del mondo) anche per tutti gli altri ristoranti tricolore.

Romito, con il quale stavo parlando non appena entrato nell’auditorium, è salito di sette posizioni (ora si trova al 36esimo posto). Bene anche Enrico Crippa con il suo Piazza Duomo: per quanto sia sceso dal 15esimo posto al 16esimo, rimane comunque il secondo miglior italiano. Seguito da Le Calandre dei fratelli Alajmo.

Sono stupito dalla discesa verticale dell’Eleven Madison Park, addirittura fuori dal podio dopo essere stato in testa solo lo scorso anno. Mi è dispiaciuto per il Fat Duck che mi aspettavo un po’ più in alto, così come non mi convincono alcuni ristoranti messicani, invece, troppo su in classifica.

Chiudo riservando un commento al vincitore: Massimo Bottura. In tanti mi hanno dipinto come un suo detrattore: nulla di più lontano dalla realtà. La mia esperienza all’Osteria Francescana non è stata memorabile e io mi sono limitato a raccontarla. Questo, però, non vuol dire che non lo stimi. Anzi. Ascoltandolo in conferenza stampa devo dire che le sue parole mi hanno convinto di aver davanti un uomo di grande spessore oltre che un enorme professionista.

E che facciamo, un voto non lo diamo? The World’s 50 Best Restaurant merita tre barbe.

Al prossimo anno!



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