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Non stacco gli occhi dalle pagine del libro. Continuo a rimanere invischiato nella storia. Immerso nei dialoghi, negli intrecci, nelle vicissitudini dei personaggi. Mi capita in continuazione: parlo del non riuscire a riemergere da un racconto ben scritto. Questa è una di quelle volte.

Qualcosa, però, devo farla. Anche solo per zittire il trillo del telefonino che mi sta trapanando timpani e meningi: credo sia uno dei rumori più fastidiosi che esistano. E, infatti, quando posso, metto il cellulare sempre in modalità “silenzioso”. È vero: rischio di perdere qualche telefonata o messaggio importante ma almeno non sono costretto ad innervosirmi alla ricerca del tasto per rispondere e porre fino allo strazio. Posso sopportare tutto, tranne l’inquinamento acustico. Detesto il frastuono, i suoni a volume troppo alto: mi destabilizzano, mi confondono.

Il telefono, intanto, non se la smette di urlare. Per cui, cercando comunque di arrivare alla fine del capitolo, allungo le mani sul tavolino basso, posto proprio al mio fianco. A pochi centimetri dalla poltrona della mia camera d’albergo dove sto cercando un po’ di relax.

Il gesto che porto a termine è duplice: afferro contemporaneamente telefono e segnalibro. Magie del pollice opponibile. Non faccio le “orecchie” alle pagine. Lo trovo un sacrilegio. Le opere d’arte vanno rispettate, fosse anche il peggior libro della storia. Bisogna comunque avere considerazione dell’autore, che ha sputato sangue e bile per scriverlo. Sarà che capisco cosa vuol dire avere davanti agli occhi una pagina bianca, con un cursore che ti rimbalza in faccia scadenzando il tempo che ti rimane…

Per cui utilizzo questo sottile rettangolo di cartone per segnare il punto esatto in cui sono arrivato nella lettura e mi dedico al display dell’iPhone. Lampeggia un numero sconosciuto. Dal prefisso ne riconosco le origini cinesi. Senza domandarmi oltre schiaccio il tasto verde e rispondo.

 

– Pronto? –

Uomo delle Stelle? –

Dalla parte opposta del cavo mi arriva una voce femminile. Squillante e decisa.

– Sì, sono io, con chi parlo? –

– Salve sono la vicepresidente del Grand Hotel Lisboa di Macao. Mi hanno riferito che ieri durante il pasto in uno dei nostri ristoranti ha riscontrato qualche problema. Volevo scusarmi –

– Apprezzo molto – rispondo in maniera formale – Non è mai piacevole trovare un pelo in un piatto. Peggio se servito in un locale tre stelle Michelin. Sono disattenzioni imperdonabili –

– Ha pienamente ragione – continua la donna – mi scuso ancora e ne approfitto per dirle che avrei il piacere di invitarla ad un evento che avrà luogo il prossimo mese. Mi piacerebbe fosse nostro ospite –

– Molto volentieri – sorrido

– Un’ultima cosa: se deve andare in aeroporto, le abbiamo messo a disposizione una delle nostre Bentley. Ci faccia sapere –

 

Stop. Rewind.

 

Sono a Macao, ancora all’interno del Grand Lisboa Hotel, stavolta, però, al terzo piano. Questa meravigliosa struttura extralusso vanta ben sette ristoranti, tra i quali uno monostellato (The Kitchen) e ben due tristellati: quello di Joel Robuchon e quello che sto per visitare. Il The Eight, una delle tante attività enogastronomiche di livello, specializzato nella cucina cantonese.

Appena varcata la soglia mi lascio conquistare dall’entrata, meravigliosa, così come la sala, impreziosita da una mise en place da applausi. A lasciarmi a bocca aperta, però, è un lampadario maestoso che pende sulla testa di tutti i commensali. Roba da sogno.

Mi concentro sul menù: è vario, pienissimo. Fin troppo. La carta presenta quasi 150 piatti, per ognuno dei quali c’è una foto a descrizione. Va bene la cucina cantonese, ma se volevo vivere un’esperienza simile non serviva venire a Macao: bastava scendere nel ristorante cinese sotto casa…

Scelgo, comunque, i piatti consigliati dallo chef: sono sette, ai quali chiedo di aggiungerne un ottavo. Sono curiosissimo di assaggiare la pinna di pesce cane. Mi arriva al tavolo in un brodo, una zuppetta al sapore di pesce, neanche tra le più saporite. La pinna, invece, la trovo molto cartilaginea: tutto sommato un piatto riuscito.

Se il cibo, almeno ad un primo sguardo, non mi conquista, il pairing di vini, invece, mi soddisfa. Mi vengono suggeriti quattro bicchieri: partiamo con un Corton Charlemagne, Vincent Girardin del 2008, un bianco secco molto minerale, di un giallo luminoso con sentori di pesche e limoni. Di un’eleganza fuori dal comune, si lascia apprezzare per un’acidità molto bilanciata. Poi uno Chateau d’Issan Margaux del 2009: rosso molto strutturato e da una grande forza tannica, vanta delle meravigliose note ai frutti rossi che lo rendono vivace e fresco. Un Riesling Mosel Kabinett “Scharzhofberger”: ricco e fruttato, gioca tantissimo su toni speziati e di frutta gialla. Dispensa scie minerali e note aromatiche davvero apprezzabili. E infine uno Chateau Rabaud-Promis del 2009: pieno e intenso, sviluppa aromi di dolci frutti gialli, di marmellata d’albicocca, di pasta di mele cotogne e di frutti esotici impreziositi da una punta di melissa.

Cominciamo con i piatti veri e propri: roasted Pork Belly and Shredded Jelly Fish with Caviar: medusa con il caviale e un pezzettino di maiale, a mo’ di porchetta. Pietanza rivedibile.

Passiamo poi al double-boiled Sea Cucumber and Matsutake Mushroom with Supreme Pork Loin: cetriolo di mare, funghi e pezzettini di maiale in un brodo insapore. Ottimo l’impiattamento, meno il gusto.

Steamed Garoupa Fillet in Supreme Soya Sauce: filetto di cernia cotto al vapore e condito con la soia. Il piatto mi sembra azzeccato: è bello e buono. Apprezzo le verdure fresche: il coriandolo, lo zenzero. Mi piace moltissimo.

Arriviamo al Stir-fried Boston Lobster with Egg, Minced Pork and Black bean: si tratta di un astice, con uova strapazzate, maiale e fagioli neri. Per quanto la presentazione sia imbarazzante, devo dire che al palato il piatto risulta ottimo. Peccato per il pelo che trovo al suo interno: lo faccio subito presente al restaurant manager che prontamente mi toglie l’astice da sotto il naso. Non aggiunge altro, né mi porta qualcosa indietro. Sarà uno dei motivi del contendere al momento del conto. E la causa principale della telefonata della vicepresidente del Grand Lisboa Hotel di cui vi raccontavo prima. 

Il pasto, comunque, non è ancora finito: assaggio un involtino di manzo con alghe marine, brutto a vedersi quanto buono a mangiarsi e il Cristal Blue Shrimp Wanton Noodles in Superior Broth. I classici spaghetti di riso cinesi, immersi in un brodo di gamberi Cristal Blue. Una particolarità di Macao.

Chiudiamo con il dessert: il Chilled Mango Pudding with Fig’s Honey. Una crema di mango e miele. Di una semplicità disarmante.

Arriva il momento del conto e quindi dei problemi: appena guardo le cose che devo pagare, mi accorgo che nessuno ha pensato di togliere dal conteggio il piatto che ho mandato indietro. Interpello il restaurant manager che si professa impossibilitato a scorporare il menù, rendendosi disponibile, però, a cancellare il piatto aggiuntivo che ho scelto.

L’atteggiamento mostrato non mi piace, per cui decido di pagare senza fare altre obiezioni, lasciando il locale piuttosto contrariato.

La telefonata ricevuta poco fa da parte del vicepresidente del Grand Lisboa Hotel, devo dire, mi ha fatto molto piacere. Ma il giudizio purtroppo non può cambiare.

The Eight non merita più di due barbe.



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