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Cosa rende un uomo (o una donna) interessante?

O meglio: cosa ci attrae principalmente delle persone che abbiamo di fronte, tanto da spingerci a frequentarle?

La bellezza? Non direi. E’ un fattore così soggettivo. A volte, addirittura, si riesce a fare il giro completo, tanto che anche chi presenta lati oggettivamente brutti finisce per apparire bellissimo. Pensate a Vincent Cassel ad esempio…

L’intelligenza? In parte. E se, soprattutto, non sfocia in presunzione o peggio ancora nello snobismo.

Il potere? La posizione lavorativa? La famiglia di provenienza?

Nulla di tutto questo.

Per me conta la personalità. Quella sorta di fortissima aura, incredibile forza attrattiva che ti comunica chi può vantare un enorme carisma.

Ecco cosa mi attrae in un amico, una donna, un semplice collega di lavoro.

La personalità.

Che, poi, non sempre deve far rima con complessità, attenzione. Esistono persone semplicissime dotate di una spiccatissima personalità.

E tanto mi affascina la sua presenza nel prossimo tanto mi innervosisce chi, invece, appare amorfo, anonimo, privo di dimensione.

Lo stesso vale per i luoghi. Le aziende. Le attività. Perfino le idee.

Ecco perché il ristorante, del quale vi sto per raccontare non ha riscontrato il massimo del mio giudizio. Pur capendone il senso e la direzione, pur apprezzandone materie prime, tecnica di base e inventiva, il suo anonimato in particolari magari minuscoli ma evidenti, non può non spostare il mio pensiero.

Sono ancora in Australia. E ci rimarrò ancora per un po’. Sono a Sydney. E sto per vivere una nuova esperienza: quella da Tetsuya’s.

A differenza degli altri ristoranti che ho visitato in Australia, questo non si trova in periferia ma proprio al centro della città: al piano terra di uno stabile meraviglioso.

A gestirlo, ormai da diversi anni, c’è lo chef Tetsuya Wakuda, arrivato nella Terra dei Canguri dal Giappone a 22 anni, nel 1982, con in mano un vocabolario limitato e una minuscola valigia riempita solo “dall’amore per il cibo”. Così almeno riporta la sua biografia.

Mai avrebbe immaginato di poter diventare uno dei cuochi più amati della nazione.

Come sapete in Australia non esistono le Stelle. Ma se la guida Michelin arrivasse fino a qui, il ristorante di Tetsuya sarebbe inserito, e a merito, nell’alveo dei locali più importanti. La sua è una cucina fusion prodotto delle sue origini e delle tecniche europee.

La sala che mi si para davanti è enorme. E, tra l’altro, non è l’unica. Tetsuya’s, infatti, può arrivare ad ospitare fino ad un centinaio di commensali. Mi colpiscono delle specie di cassette di sicurezza alle pareti. Sono a vetri e, al loro interno, contengono vasi e piante. Delle sculture in pietra molto belle, poi, completano la location dando al ristorante un’aria estremamente signorile.

Di fronte al mio tavolo, apparecchiato in modo semplice ma splendido, c’è un’enorme vetrata. Dà su un giardino Zen: ottima vista per rilassarsi in attesa delle portate.

Da Tetsuya’s non c’è un vero e proprio menu degustazione: lo chef, in diversi passaggi e con diversi piatti, cerca di spiegare ad ogni commensale la sua idea di cucina.

Si comincia con l’amuse bouche: uno scampo diviso in due, al pepe e profumo di limone con alghe alla base, condite come fossero un’insalatina. Il piatto su cui viene servita questa pietanza è bellissimo: concavo e meraviglioso. Credo sia stato realizzato proprio per il locale.

Passiamo al tataki di tonno con germogli di soia, wasabi, cipollotto e salsa di soia. Davvero apprezzabile.

Pasteggio con un Curly Flat Pinot Noir del 2013: di un colore rosso rubino, al naso presenta sentori di frutti rossi, turbinii floreali di viole, fiori, erbe essiccate, cuoio e spezie. Al palato, invece, appare strutturato, avvolgente, al limite del felpato. Sicuramente carnoso con un bellissimo contrasto dato dall’acidità.

E’ il momento del filetto di salmone con un crumble di olive croccanti, uova di salmone e cetriolo alla julienne.

Poi le seppioline tagliate a listarelle e adagiate su una meravigliosa crema di piselli. Di nuovo un piatto di una semplicità disarmante ma squisito nella sua sapidità.

Chiudiamo con una mezza coda di astice con una salsa all’astice, cipolla e scaglie di cocco e infine il manzo: un cubetto di carne di wagyu con carciofi croccanti, tartare di orata e funghetti bianchi. Questo continuo contrasto tra il bianco e il nero è davvero interessante, l’impiattamento, poi, meriterebbe il voto più alto.

Concludiamo con un pre dessert: una cnel di sorbetto alla mela con alla base una schiuma di latte di cocco; e infine della cioccolata in tre diverse forme, con foglia d’oro, gelato alla nocciola e crumble di biscotti.

Mentre degusto la mia piccola pasticceria (fatta di macaron, tartufini e meringhe all’italiana) mi lascio andare alle mie conclusioni. Tetsuya’s è austero, sia nel locale che nelle persone che lo frequentano. Senza dimenticare la presentazione dei piatti. Se mi passate l’espressione: “tutto è fatto a modino” ma non c’è nulla che ti permette di gridare al miracolo. In poche parole non ci sono grosse critiche da fare. Ma probabilmente nemmeno elogi sperticati.

La semplicità rischia di trasformarsi in un qualcosa di impersonale.

Più che un ristorante di alto livello, Tetsuya’s sembra una fabbrica di cibo.

Voto finale 3 barbe e mezza.

  

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18 − 5 =

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