Spesa: shrinkflation, skimpflation e prezzi della spesa: confezioni più piccole, possibili cambiamenti negli ingredienti e servizi ridotti

Spesa degli italiani cambia: quanto stiamo pagando davvero per quello che compriamo? Quando facciamo la spesa guardiamo quasi sempre il prezzo. È la cosa più immediata: prendiamo un prodotto, leggiamo il numero sullo scaffale e decidiamo se metterlo nel carrello. Ma quel numero racconta davvero quanto stiamo pagando? Non sempre. 

Una confezione può contenere meno prodotto rispetto al passato. Un alimento può cambiare formulazione. Il prezzo resta uguale. Quello che riceviamo, invece, può cambiare. 

La shrinkflation: quando la confezione si rimpicciolisce 

Il fenomeno ha ormai un nome conosciuto: shrinkflation. Significa ridurre la quantità di un prodotto mantenendo il prezzo uguale, o comunque senza ridurlo in proporzione. In Italia, dal 15 luglio 2026, sono entrate in vigore nuove disposizioni contro questa pratica. Produttori e distributori devono comunicare la variazione della quantità lungo la filiera e le informazioni devono essere rese disponibili ai consumatori nei punti vendita o online. 

Secondo il Codacons, la shrinkflation interessa un mercato italiano dei beni di largo consumo che vale circa 120 miliardi di euro all’anno. L’associazione stima aumenti “occulti” del prezzo mediamente compresi tra il 10% e il 18%, con punte fino al 40% in alcuni casi. 

Tra i prodotti citati figurano cereali, yogurt, gelati, snack, biscotti, fette biscottate, salse, formaggi confezionati e bibite. Il problema è semplice: se una confezione passa, per esempio, da 500 a 450 grammi ma continua a costare 2 euro, sul cartellino vedremo ancora 2 euro. Il prezzo, però, per quantità è aumentato. 

La skimpflation: quando può cambiare quello che c’è dentro 

Poi c’è un altro termine che sta entrando nel dibattito: skimpflation. Il concetto è diverso dalla shrinkflation. Non riguarda necessariamente la quantità, ma una possibile riduzione della qualità o del livello del servizio per contenere i costi senza diminuire il prezzo finale. Il Codacons cita, come esempi, la possibile sostituzione di burro o olio d’oliva con ingredienti meno costosi, come margarina o olio di palma, oppure delle uova fresche con tuorli e albumi in polvere o liquidi. 

Sono esempi utilizzati dal Codacons per descrivere il fenomeno e non la prova che queste sostituzioni siano oggi generalizzate nei prodotti italiani. La differenza è importante. Perché se la quantità diminuisce possiamo accorgercene controllando i grammi. Se cambia la composizione, invece, bisogna leggere attentamente la lista degli ingredienti. 

Cosa dobbiamo guardare davvero quando facciamo la spesa? 

Forse il prezzo sullo scaffale non è più sufficiente. Per capire quanto stiamo realmente pagando dovremmo guardare almeno quattro elementi: 

Quantità: quanti grammi o millilitri contiene davvero la confezione?

Prezzo al kilo o al litro: quanto costa effettivamente la quantità che stiamo acquistando? Ingredienti: la ricetta è rimasta uguale? 

Punto vendita: quanto costa lo stesso prodotto altrove? E c’è una domanda ancora più importante: quanto stiamo ricevendo in cambio del prezzo che paghiamo? 

Perché l’inflazione non passa necessariamente soltanto attraverso un prezzo più alto. A volte passa attraverso meno prodotto. A volte attraverso una composizione diversa. A volte attraverso un servizio ridotto. E in questi casi il prezzo sul cartellino racconta soltanto una parte della storia. Paghi lo stesso. Ma dentro c’è davvero lo stesso?

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