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(…) Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.

La sera, il capo-ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:

– E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?

Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

– Che significa? – aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. – Ohé, Belluca!

– Niente, – aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. – Il treno, signor Cavaliere.

– Il treno? Che treno?

– Ha fischiato.

– Ma che diavolo dici?

– Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…

– Il treno?

– Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!

(Il treno ha fischiato – Luigi Pirandello)

Oggi credo di aver capito con precisione il motivo per il quale ho scelto questo lavoro. Probabilmente anche la ragione per la quale ho accettato, senza battere ciglio, di intraprendere questo lunghissimo road trip.

Io amo scappare.

Ci sono poche cose che so fare così bene, credetemi.

La fuga è la mia soluzione a tutto.

Un lavoro che non sento mio, un amico che mi tradisce, una donna che non mi capisce, un posto che non mi appartiene.

Alzarmi e andarmene è una delle attività che riconosco più mie.

Vi auguro di cuore di non provare mai una sensazione simile: sentirsi sempre nel posto sbagliato, al momento sbagliato con le persone sbagliate.

Quella voglia di fuggire, quella necessità di altro.

La percezione precisa che nulla sia nel suo posto esatto. Che niente si incastri, non dico alla perfezione, ma almeno assumendo una forma accettabile.

Sei a casa e vorresti uscire. Sei per strada e vorresti essere a casa. Sei con la fidanzata e vorresti essere con gli amici. Sei con gli amici e vorresti essere con la famiglia.

Ancora. Di nuovo. Un circolo vizioso senza fine. Logorante, eh…

Vi sembrerà paradossale ma tutto mi è apparso più chiaro oggi. Ora. Durante il mio ennesimo viaggio. Chiaro come non era mai stato prima. Chiaro come forse non lo sarà mai più.

Un’epifania. Esplosa solo guardando fuori da questa enorme vetrata che dà su Sant Pol de Mar.

Davanti a me ho addirittura due vie di fuga: i binari del treno e il mare. Questo il panorama che invade i miei occhi mentre mi trovo semplicemente seduto al tavolino di un ristorante.

Potrei scapparmene sul primo convoglio o noleggiare una barca per attraversare lo stretto di Gibilterra e affrontare l’Oceano. C’è qualcosa di più coraggioso e romantico? Sì, c’è. L’ho capito nel tempo. E’ restare.

Rimanere e vivere. Resistere e affrontare, con l’anima pura e la schiena dritta, tutte le disavventure con cui la vita ha deciso di metterti alla prova.

“Da lontano tutto è più facile e hai sempre l’alibi della malinconia. Prova ad amare le cose quando ancora le hai. Prova a essere uomo”.

Anche se sembra doloroso, difficile, impossibile. Anche se la pazzia è ad un passo. Anche se il treno ha fischiato…

Mi trovo in Spagna, a Sant Pol de Mar. Una piccola località marittima a metà strada tra Girona e Barcellona. Qui sorge il Sant Pau, il ristorante di Carme Ruscalleda, una delle più importanti chef donna del mondo. La Ruscalleda, infatti, è a capo di altri due ristoranti: il Mandarin Oriental di Barcellona e il Sant Pau di Tokyo (entrambi due stelle Michelin, per un totale di sette stelle).

Aperto nel 1976, il Sant Pau può ospitare fino a 35 commensali e con grande difficoltà non registra ogni giorno un sold out.

Elegante e raffinato, illuminato da luci basse e tenui, il ristorante si trova alla fine di una via molto stretta. La presenza di un parcheggiatore, ragazzo simpatico e alla mano, rende almeno la ricerca di un posto dove lasciare l’automobile, un problema di facile risoluzione.

Il Sant Pau è dotato di due sale: una più vicina alla strada e l’altra interna, quella dove mi trovo e di cui vi parlavo, che con una splendida vetrata dà sui binari del treno e più in lontananza sul mare. La costa Catalana è molto importante per la chef: la Ruscalleda, infatti, per rispettare le sue tradizioni, ama usare i prodotti del Maresme; regione nota per i suoi porti pescherecci, le specialità agricole e la montagna agreste.

La prima cosa che noto accomodandomi al mio posto è chiaramente la mise en place: i tavoli sono in legno, le sedie, comodissime, in vimini mentre sulle tovaglie bianche trovo dei piatti di carta rigida molto belli e colorati. Mi vengono portati via quasi subito: servono solo per riempire l’occhio all’arrivo.

Il Sant Pau è dotato di un’ottima cantina: la cosa interessante dei ristoranti spagnoli è che la carta dei vini riporta bottiglie locali ottime. Di qualità molto simile a quelle italiane o francesi, ma con un costo assolutamente inferiore.

Interessanti anche i menù, sono due: El Mundo de Las Especias e il Clasico. Opto per il primo e ci abbino un rosato: un Collbaix del 2017 Pla de Bages. Di un bel colore, questo vino presenta uno strepitoso ingresso, un’ottima acidità data da sentori di frutti rossi e note di latte e un carattere lungo e persistente.

El Mundo de Las Especias prevede la bellezza di tredici portate: niente di più che piccoli assaggi, ma dai sapori molto intensi e strutturati. Apriamo con l’amuse bouche: un cono rosso con maionese di barbabietola, all’interno della barbabietola; un contenitore di argilla a forma di sacchettino contenente un wafer con un ripieno di pasta di acciuga; una crocchetta ripiena di granchio; una tartare di tonno, wasabi, maionese e alghe; un kimchi (piatto tipico coreano fatto di verdure e spezie) con pera, carote e barbabietola e infine una zuppa di cipolla con formaggio groviera. Forse l’antipasto più scontato e comune di tutti quelli che mi sono stati serviti.

Proseguiamo con un calamaro crudo e fritto, in un bel piatto in vetro trasparente con una base di succo di mango; un piccolo wafer di pane tostato, formaggio del posto, noci e una salsa di acciughe. Il tutto ricoperto da una gelatina di pesce.

Poi arriva il momento dello scampo, chiaramente pescato nelle coste adiacenti al Sant Pau, con una salsa fatta con i carapaci e una riduzione di pera.

Il piatto più intrigante, invece, è quello che ha come protagonista il wagyu: condotte al tavolo completamente crude, affiancate da una crema vegetale fatta di peperoni, le fettine devono essere immerse, con delle bacchette, all’interno di una salsa di miso caldissima che cuoce la carne. Portata eccezionale.

Chiudiamo con il rombo servito con lamine di carciofi crudi e la spirulina, un’alga molto buona messa in diversi piatti. Poi la royal di cervo con due salse: di patata dolce e rapa nera, una mischiata allo stesso sugo del cervo. E infine un macaron di una sapidità interessantissima, ripieno di formaggio di capra, shichimi (tradizionale miscela di spezie tipica delle cucina giapponese) e un succo di peperoni.

Prima dei dessert mi gusto il Limòn Negro (un sorbetto di spezie con lime e arancia) e la Pimienta rosa, pera con vino, frutti rossi e castagne.

La piccola pasticceria, infine, è pazzesca: tantissimi dolci, cioccolatini, prelibatezze. Davvero fantastica.

La mia consueta visita ai bagni non mi lascia deluso (puliti e curati) così come non mi delude chef Carme Ruscalleda. Disponibile, divertente, risponde a ogni mia domanda e si lascia anche fotografare con l’ultimo numero di So Wine So Food.

Ottimo, ristorante di livello altissimo.

Voto finale 4 barbe.

 

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