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Noi di So Wine So Food, a differenza di tanti altri, non facciamo della cosiddetta sostenibilità il nostro “mantra”, semplicemente perché da sempre raccontiamo (e predichiamo) il valore del buono-sano-bello a cui si ispira la nostra filosofia di vita, i nostri comportamenti, le nostre scelte in fatto di consumi.

E, mettendo al primo posto il piacere dell’esperienza (non solo estetica o edonistica ma anche salutistica), abbiamo sempre sostenuto il valore di chi opera con alta professionalità. Raccontandone le storie, le passioni, i successi. Al ristorante, in cucina, in cantina, in vigna, in albergo.

Il rispetto dell’ambiente e della salute è un fattore fondamentale, che appartiene al vissuto dell’offerta enogastronomica e di ospitalità; non deve essere un’eccezione, legata a una contingenza particolare. Il fatto che oggi, dopo l’emergenza-pandemia, tutti sembrano avere riscoperto valori che per noi sono essenziali, direi imperativi, fa un po’ sorridere. O meglio, fa pensare che il “sistema” voglia cavalcare questo trend per mettersi in pace con la coscienza, oltre che per ottenere attenzione e credibilità sulla scia di un modernismo ostentato.

Noi, che lavoriamo al fianco di chi è credibile da sempre (penso ai tanti produttori di vino che si sono convertiti al bio ben prima che diventasse una necessità mediatica, o a quei ristoratori come Pietro Leemann o Davide Oldani, o Massimo Strobino, o Valerio Braschi, o decine di altri) che fanno dell’attenzione alle materie prime “green” -e non solo- il loro credo) non abbiamo problemi nel rivendicare la coerenza del nostro pensiero.

Proprio per questo abbiamo dedicato il numero di giugno al tema del rispetto dell’ambiente, raccontando storie di ordinaria e straordinaria naturalità in fatto di linee di cucina e di visioni imprenditoriali. Non ci interessa quindi parlare di “transizione” ambientale, ma di rispetto verso la persona, verso le materie prime, verso le tecniche di preparazione e di servizio, verso il meglio che la natura offre.

Perché il problema non è di essere vegani, vegetariani o vegofobi, ma di saper andare oltre le mode e la “propaganda mediatica” del momento, con l’obiettivo di far stare meglio chi si siede al tavolo di un ristorante e che, dopo oltre un anno di clausura forzata, si aspetta di essere accolto con sincerità, onestà, passione e rispetto.

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