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Nel suo nuovo libro, il fondatore di Golosaria ripercorre la storia di un rapporto difficile, a partire dall’epurazione del padre della critica enoica da parte dell’Espresso, che gli affidò il compito di sostituirlo

Lo scontro tra Luigi Veronelli e Paolo Massobrio è una delle vicende più intricate e significative legate al mondo del giornalismo e della critica enologica italiana, per il carisma dei due protagonisti e per il prestigio della testata che fu al centro dell’episodio. Il passaggio dal rispetto reciproco all’incompatibilità totale fu infatti causato dalla decisione dell’Espresso – di cui Veronelli era la firma di punta in ambito enogastronomico – di togliere la rubrica settimanale dedicata al vino a colui che ancora oggi è considerato il padre della critica enologica, per affidarla al giovane Massobrio.

Il “fattaccio” del ‘98

Fu un “cambio di firma” traumatico e dagli strascichi mai del tutto assorbiti, anche perché Veronelli e Massobrio appartenevano a mondi diversi e avevano visioni del mondo profondamente diverse. E queste diversità di vedute si manifestarono dopo il “fattaccio” risalente al 1998. Nel suo nuovo libro “Del bicchiere mezzo pieno”, pubblicato da Editions Comunica, il fondatore di Golosaria e firma di diverse testate, tra cui La Stampa e Avvenire, ricostruisce la propria versione dei fatti in un capitolo dedicato al grande critico.

Il titolo, “L’inquietudine di Veronelli”, lascia già presagire un contenuto succoso, come del resto troviamo in tutti gli altri ritratti che Massobrio dedica – all’interno del libro – alle persone che hanno lasciato una traccia indelebile nella sua vita trascorsa ad approfondire le tematiche del cibo e del vino: da Giacomo Bologna al conte Riccardo Riccardi, da Bruno Lauzi a don Luigi Giussani, dal collega Marco Gatti al suo “capo”, la moglie Silvana che dirige la società a cui fanno capo IlGolosario e Golosaria.

Tra tutti questi ritratti, quello di Veronelli merita di essere raccontato nei dettagli. Sarebbe certamente importante e giusto sentire la versione della controparte, ma purtroppo Veronelli ha lasciato questo mondo il 22 febbraio del 2005.

In realtà la sua presenza è rimasta più forte che mai, e non solo per le attività della fondazione che ne porta il nome. Dalle interviste che mi capita di fare ai produttori di vino, molto spesso emerge il nome di Luigi Veronelli per un consiglio che diede loro – a volte perentorio, di quelli che non è il caso di ignorare – e che si sarebbe rivelato determinante per il successo dell’azienda. Un visionario, di cui oggi davvero sentiamo la mancanza.

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I passaggi del libro

Dopo aver introdotto la figura di Veronelli e i primi incontri con il “Gino”, Massobrio va dritto al fatto che scatenò la tempesta. Ecco i passaggi chiave dal libro.

Con Veronelli ci furono “millanta” (la parola è sua) occasioni di incontro, finché nel 1997, con Edoardo Raspelli curatore della guida de L’Espresso, approdai nel gruppo, assumendo la carica di vice, insieme a Enzo Vizzari e Paolo Scotto. Il settimanale mi chiese di pubblicare una rubrica sui prodotti (nel 1994 era già uscito IlGolosario), mentre sulla stessa pagina, ogni settimana, Raspelli recensiva un ristorante e Veronelli un vino. Ora, fra Veronelli e Raspelli non correvano buone relazioni e questo è risaputo (…)

Da questa premessa, si arriva al momento clou.

L‘anno dopo, mentre ero nel mio ufficio a Torino, mi arrivò una telefonata concitata di Milva Fiorani, allora direttore amministrativo dell’Espresso. “Buongiorno Massobrio, senta, Veronelli non ce la fa più, se la sentirebbe di sostituirlo scrivendo la rubrica dei vini?”. “Mah, mah…” balbettai e dall’altro capo del telefono sentii: “Mah mah un cavolo, mi mandi la rubrica entro un quarto d’ora e poi ci sentiremo per l’aspetto economico”.

La reazione del “Gino”

A quel punto il cambio di firma è effettivo. Massobrio dice di aver pensato che le condizioni di salute di Veronelli si fossero aggravate, tanto da dettare la decisione dell’editore di toglierli lo spazio, e gli dedica il contenuto della sua prima rubrica, nello spazio che era stato del “Gino”. Il quale però, lo stesso giorno dell’uscita, rilascia un’intervista a Il Messaggero dicendo che se n’era andato da L’Espresso perché si sentiva censurato. Al che, il giornalista della testata romana gli fece presente che al suo posto c’era Paolo Massobrio, e Veronelli rispose: “Non lo conosco, non l’ho mai incontrato, so solo che è di Comunione e Liberazione (…)”.

A quel punto la notizia del cambio a L’Espresso viene pubblicata dal Corriere della Sera e fa il giro d’Italia. Massobrio non prende bene il fatto di essere stato rinnegato da Veronelli e pubblica sul suo primo sito internet un elenco di cose fatte assieme a lui tra cui una foto di una partita di calcio dove i due colleghi sono in squadra assieme. Il tutto fino a quando arriva il momento del primo scambio diretto di posizioni, via fax.

Mi arrivò un fax da Veronelli in cui mi ringraziava per la mia prima rubrica, dedicata a lui, ma mi diceva anche che fra i motivi per cui se n’era andato da L’Espresso c’ero anch’io. “Devi sapere che al di sopra di tutto per me c’è l’ideologia, tu fai parte dell’ideologia più lontana, per cui ti combatterò sempre”.

A quel punto, Massobrio replica con un contrattacco.

Caro Gino, per me al di sopra di tutto ci sei tu e i momenti veri che abbiamo passato insieme. Se la tua ideologia ti fa dire che non mi conosci e non mi hai mai incontrato, la tua ideologia è una menzogna”.

Con questo clima di scontro che potremmo definire, allegoricamente, tra “vino rosso” e “vino bianco”, si interrompono le relazioni dirette, ma non le polemiche indirette, che arrivarono a livelli poco edificanti. Massobrio cita la volta in cui Veronelli gli storpiò il cognome in Mursupio e lui replicò storpiando il cognome della compagna del Gino.

Guerra e pace

Questa escalation fu bloccata dall’intervento di Anna Bologna, vedova di Giacomo (produttore di Braida), che gli scrisse: “Caro Paolo, leggiamo le polemiche fra te e Gino e siamo dispiaciuti che vi mortifichiate a vicenda”. Al che Massobrio invia un fax – allora la mail già c’era, ma i fax continuavano ad andare di moda – a Veronelli scrivendo: “Caro Gino, domani è Natale e non posso passarlo senza farti gli auguri”.

La reazione attribuita a Veronelli è straordinaria.

Passò un quarto d’ora e arrivò un lungo fax di risposta che ribadiva che io facevo parte ai suoi occhi dell’ideologia più lontana, per cui mi avrebbe combattuto fino alla fine per concludere dicendo: “Capisco che sul piano politico questo è giusto, sul piano umano è assurdo”. E i muri a questo punto caddero.

Da lì alla morte di Veronelli non mancarono le occasioni di confronto, anche pubblico, tra i due, e neppure ulteriori scontri. Lascio la vostra curiosità alla lettura del libro, perché è tempo di chiudere questo racconto online. Di certo, tra i due, c’era una distanza abissale che complicava la relazione, al di là del fatto che scatenò la querelle; ma c’erano anche tanti punti di contatto, che andavano oltre la passione per il vino e hanno contribuito a mantenere uno spiraglio aperto. E forse, più che la passione per il vino, era semplicemente la passione.

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