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Nerone Pesce è la ristopescheria che ogni posto del mondo dovrebbe avere. Perché Stefano Andreani, la sua mente, ne ha fatto valore e onore della materia prima

Era un sabato a pranzo. Avevo voglia di mangiare il mare, il fresco, di sentire profumi di casa e di Mediterraneo. Vedo per sbaglio questo ristorante e i tavoli colmi. L’insegna parlava chiaro, Nerone Pesce.

Devo attendere, ma intanto osservo. Davanti a me vedo sfilare quei colori di casa, di buono, di piatti preparati con cura e dettaglio. Inizio a fremere dalla voglia di provarli.

Non c’è voluto tempo, ai primi assaggi ho capito che quello era uno dei posti dove ho mangiato il migliore mare a Roma.

Nerone Pesce è una ristopescheria situata in zona Conca d’Oro. È una cucina fatta di passione, conoscenza, ricerca, e valori primi. Una cucina che ti può portare negli angoli più nascosti dei tuoi ricordi, direttamente a quelle feste di famiglia, a quei momenti sacri di unione dove la celebrazione era affidata ai piatti di pesce preparati dalle mamme, dalle nonne.

Quei piatti che per riproporli a casa tua, devi ascoltare i moniti di mamma e nonna perché devono riuscire così. Perché alcuni piatti, soprattutto quelli di mare, hanno una certa importanza ed evocazione. Una cucina questa che in bocca ti porta la freschezza e la tradizione. Che ti riempie il cuore con il rispetto, l’onore e la devozione alla materia prima. Al mare.

Qui c’è una squadra forte dedita al sacrifico, in sala, i ragazzi ti sorridono e ti portano anche molta simpatia. Ma dietro tutto a governare questo piccolo mondo, c’è una persona, un lungimirante imprenditore e un grande sognatore, Stefano. Abbiamo chiacchierato della sua storia, del suo locale. Mi sono emozionata, perché la sua storia è vera quanto il mare che ama servire ai suoi clienti.

Il racconto di Stefano Andreani di Nerone Pesce

Stefano nasce in una famiglia di commercianti: “il commercio -ci racconta- ha rappresentato un punto saliente nella vita stessa di famiglia. Sono cresciuto con mia nonna che faceva la pescivendola e ancora ricordo le sue uscite mattutine delle 6. Così come mia mamma che aveva un altro banco di pesce e di frutta e ancora, l’altra nonna che aveva una trattoria. Davanti ai miei occhi ho sempre visto sfilare queste persone che a ritmi assurdi hanno tessuto dei valori dentro di me. E ricordo mio nonno in particolare, un uomo grande di statura, che in certi periodi dell’anno, come quello natalizio o pasquale, rientrava a casa e, per trovare sollievo dalle sue mani gonfie, doveva tenerle a bagno in acqua e bicarbonato.

Mio padre avrebbe voluto per me una laurea, ma io ho seguito le orme della mia storia, della mia famiglia e in un certo senso, la laurea me l’ha data la strada. Ho preso anch’io la strada del commercio. C’è stato un momento di grande formazione per me, l’esperienza del mercato di Porta Portese. Mia nonna era di S. Lorenzo, quartiere bombardato e grazie a una concessione che il comune di Roma mise a disposizione per coloro che avevano subito queste tragedie, ebbe una licenza per il mercato a Porta Portese.

Io mi sono innamorato di questo mercato! Fin da piccolo, mi portavano lì fino a che ho iniziato giovanissimo a lavorare proprio lì, insieme ai miei zii e a mio padre. Lì è iniziata la mia vera scuola”.

Come inizia il tuo percorso nella ristorazione?

“L’altra mia nonna aveva una trattoria in zona Tor Pignattara, a sud di Roma. Purtroppo mia nonna si ammala, io ero piccolo, e nonna deve lasciare la ristorazione. Il locale non viene rilevato dalla mia famiglia, ma resta in balia di affittuari, ma noi, io, mio padre e nonno andavamo a mangiare sempre lì”.

Ma entrare in un locale e sentirlo suo a metà iniziava a fargli nascere un’altra idea. Il colpo di fulmine colpisce Stefano nel momento in cui entra in una risto pescheria. Ma era ancora presto, era ancora inesperto. Decide così, di aprire una pescheria a San Giovanni, una pescheria di qualità che arriva a servire il pesce a un ristorante importante di Ostia. Ma il suo sogno era ancora lì e Stefano iniziava a plasmarlo. La sera così svestiva i panni da fornitore e metteva quelli da cameriere (non retribuito nei primi tempi) per entrare nel vivo di quel mondo che iniziava ad affascinarlo.

“Quel mondo iniziava a emozionarmi, vedevo la trasformazione del pesce nei piatti, le persone contente e soddisfatte nel pagare il tuo sacrificio. Capisco che quella era la mia strada. Nella follia più totale, prendo il locale e inizio a fare dei piccoli lavori di ristrutturazione. Apro la mia risto pescheria, era il 19 aprile del 2019.

La risposta è stata fin da subito un vero successo. Quello che ancora oggi si vede ai suoi tavoli.

“Il mio locale – ci dice- è diviso in due, c’è la cucina e la sala. Dalle 8:30 alle 12:30 la cucina si trasforma in un pensatoio, il pesce arriva ed è sottoposto all’osservazione dello chef e della squadra: in questo momento arriva l’illuminazione, l’ispirazione per la creazione dei piatti, soprattutto antipasti, dov’è concessa una maggiore libertà di movimento nel menù. Poi, ovviamente ci sono “gli zoccoli duri”, ovvero gli intoccabili dal menù, “come una Margherita all’interno di una pizzeria.

L’olio è una parte fondamentale della mia cucina, arriva dalla Calabria, è un olio che uso sia per cucinare che per servirlo sui crudi. Ed è quello che metto sui tavoli a servizio dei clienti. Perché scelgo questi gesti? Per l’amore dei clienti e per il loro stare bene. Fa parte del concetto che ho della materia prima.

Anche la scelta della cantina è un discorso costante che faccio con il cliente. La costruisco in base ai gusti di chi sceglie il mio ristorante. È una sorta di famiglia, dico sempre: chi viene al mio locale è come se venisse a cena a casa, cerco di farti stare bene”.

Oggi, da quel 2019 resta un ristorante ricco di ispirazione e di eccellente qualità. Un ristorante che si fonda anche su grandi valori, quelli del sacrificio, del rispetto e delle attenzioni al cliente.

“Alla tenera età di 75 anni,  mio padre -continua Stefano-  fa ancora il pescivendolo. Questi sono i valori che porto nel mio ristorante. L’eredita che mi hanno lasciato è questo, è la trasmissione del bene di quello che uno fa. La mia cucina che è mediterranea è questo, prima di tutto.

I miei ricordi sono pieni di immagini di mio nonno che rientra dal mercato con quei pantaloni verdi con le tasche, impregnati di odori di mare e di pesce, di lavoro, di sofferenza, sacrificio.

I progetti che riguardano il futuro sono tanti, è tra questi c’è la realizzazione di un sogno; da poco infatti ha creato insieme ad altri soci una s.r.l. che include tante e diverse branchie della ristorazione ed è la certezza che qualcosa di bello avverrà. Ma dobbiamo restare ancora sulle spine, perché ancora non si può rivelare.

In bocca al lupo Stefano, perché qualunque cosa farai, qualunque materia prima tu toccherai, da cliente e da critico, so che ne uscirà un capolavoro!

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