Michelin scopre il vino. Peccato che il vino che ha premiato non avesse bisogno della Michelin

È uscita la prima edizione della Guida Michelin dedicata al vino. Dopo le stelle per i ristoranti e le Chiavi per gli hotel, arrivano i Grappoli. Tre grappoli sono il massimo riconoscimento. Una nuova gerarchia. Un nuovo simbolo da esibire. La domanda, però, è una sola: a cosa serve? No, davvero. A cosa serve una guida che arriva in un settore già soffocato da classifiche, punteggi, medaglie, concorsi, guide, bollini e certificazioni?

Il vino non aveva bisogno di un altro giudice. Aveva bisogno di qualcuno che raccontasse storie che nessuno racconta. Invece Michelin sceglie la strada più facile: premiare chi è già sul tetto del mondo. Un esempio? Tra i Tre Grappoli compare la Domaine de la Romanée-Conti. Davvero? Serviva Michelin per dirci che Romanée-Conti è una delle cantine più importanti della storia? Serviva un nuovo simbolo per convincere qualcuno che una bottiglia da decine di migliaia di euro è straordinaria? La risposta è no. Chi può permettersela continuerà a comprarla. Chi non potrà mai assaggiarla continuerà a guardarla da lontano. L’unica cosa che cambia è che, da oggi, accanto al mito ci sarà anche un altro marchio. Come se ne avesse bisogno.

Ed è proprio questo il punto. Una guida dovrebbe creare opportunità, non certificare l’ovvio. Dovrebbe scoprire il piccolo produttore delle colline dimenticate. Dovrebbe portare l’attenzione su chi lavora bene senza avere un ufficio stampa internazionale. Dovrebbe dare voce a chi non compare già in tutte le guide del pianeta. Invece no. Si prendono i nomi più celebri del mondo, quelli che venderebbero ogni bottiglia anche senza Michelin, e si consegna loro un altro trofeo.

È un’operazione che non cambia nulla. Non cambia il mercato. Non aiuta i consumatori. Non aiuta i piccoli produttori. Non rende il vino più comprensibile. Non rende il vino più accessibile. Rende soltanto Michelin ancora più presente.

Perché questa guida sembra parlare più del marchio Michelin che del vino. È l’ennesimo tassello di una strategia che trasforma la guida in un’autorità universale del lusso: ristoranti, hotel e adesso cantine. Ma il vino non è un ristorante. Non è un hotel. Non ha bisogno di essere trasformato nell’ennesimo terreno di conquista di un brand. Ha bisogno di cultura. Di divulgazione. Di persone che insegnino a bere meglio, non di nuovi simboli da stampare sulle brochure.

Il rischio è semplice: che si continui a raccontare sempre gli stessi nomi, sempre le stesse etichette, sempre gli stessi miti. E allora sì, questa guida rischia di essere inutile. Perché quando una guida non scopre nulla, non valorizza nessuno e non cambia il destino di chi lavora nell’ombra, smette di essere una guida. Diventa semplicemente un elenco di cose che sapevamo già.

Tra le dichiarazioni di Gwendal Poullennec, direttore internazionale della Guida Michelin, colpisce questa frase: “Questa prima selezione delle Uve Michelin rivela una Borgogna fedele alla propria eredità, ma decisamente viva (…)”. Che la Borgogna fosse fedele alla propria storia, però, lo sapevamo già. Quello che, invece, sembramorto è il sistema Michelin: sempre più esteso, sempre più onnipresente, sempre meno sorprendente.

Chissà, magari il prossimo anno arriveranno anche le Nuvole Michelin per il tramonto più spettacolare visto dalla terrazza di una cantina, di un ristorante o di un Hotel. Perché, a questo punto, il rischio è che si continui ad aggiungere simboli, mentre il loro significato diventa ogni anno un po’ più vuoto e inutile.

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