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“La bellezza salverà il mondo”

 F. Dostoevskij

Ho un debole: vado pazzo per la bellezza. In tutte le sue forme.

Sento mancarmi il respiro ammirando monumenti antichi e opere d’arte.

Avverto una sorta di schicchera elettrica alla base della nuca ogni volta che leggo una frase particolarmente suggestiva in un libro o ascolto il passaggio di una canzone, le cui note mi entrano nelle vene nemmeno fossero glucosio sparato in ago.

Amo le belle donne, chiaramente.

Ma credetemi niente in confronto alle emozioni che riesce a trasmettermi un buon piatto, accompagnato da un eccellente bicchiere di vino. Credo di soffrire di una forma di sindrome di Stendhal per la cucina. Mangio con gli occhi, poi mi lascio inebriare dai profumi che si sollevano dalla pietanza calda come a dire al mondo “eccomi, mi sto donando in tutta la mia completezza”. Ne strappo via una parte con le posate. La porto alla bocca e la lascio riposare sul palato. Poi chino la testa all’indietro e può cominciare il viaggio vero.

The man of the Stars in Sky with diamonds avrebbero cantato i Beatles. E pazienza se questa cosa mi dà dipendenza. Non è così per ogni lato bello della vita? Quello che ami finisce per ucciderti…

Non ci crederete, ma questa lunghissima riflessione mi è esplosa in testa semplicemente attraversando l’ingresso de Le Pré Catelan. Mi trovo a Parigi precisamente nel parco Bois de Boulogne, uno dei più antichi della città.

Quello gestito da chef Frederic Anton non è un semplice ristorante: ospita anche banchetti e convegni. Si sviluppa su due piani e ha più sale, la principale può contenere una cinquantina di commensali.

Dire che l’interno del locale sia bello è riduttivo: non saprei renderlo a parole. E’ un tempio: antico, sfarzoso, curato, elegante. Simile a tutti i ristoranti parigini ma comunque diverso. In più al suo interno hanno lavorato i più grandi chef di Francia: per poter calcare le sue cucine non basta essere preparati da una punto di vista tecnico, cioè sapere cucinare, ma occorre esperienza e un curriculum che faccia le fiamme.

Frederic Anton, l’attuale cuoco, è stato scelto nel 1997. La seconda stella è arrivata due anni dopo, la terza nel 2007, due lustri dopo il suo ingresso a Le Pré Catelan. Volto famosissimo della Tv perché membro della giuria dell’edizione francese di  MasterChef, ha un segreto: Jean Jacques Chauveau, Miglior maitre del mondo nel 2013, è un istituzione nel ristorante parigino visto che serve i suoi clienti da più di trent’anni.

E’ lui ad accompagnarmi al tavolo che mi è stato riservato: nulla di speciale, ma accanto alla vetrata, rivolto verso l’esterno. Verso una bellissima vista che dona gioia e tranquillità. Le Pré Catelan, infatti, è un casinò di caccia, con un enorme spazio verde da visitare.

“Le vin est un professour de gout, il est le libérateur de l’esprit et illuminateur de l’intelligence”

Chauveau mi sorprende nel momento esatto in cui sorrido leggendo questa frase, scritta sulla prima pagina della carta dei vini. Ordino: il menù stagionale pensato appositamente per il pranzo. Si compone di quattro portate. Mi consigliano di accompagnarlo con un vino rosso: un Joseph Drouhin Chambolle Musigny Baudes del 2009. Ottimo prodotto, elegante, sobrio, con pochi tannini e una buona bevibilità. Perfetto per chi come me ha mischiato carne e pesce nel menù.

Dopo la classica visita ai bagni, semplici e puliti ma niente di speciale, è il momento dell’amuse bouche. Mi viene servita una sfera: alla base una tartare di salmone sopra, a formare una specie di coperchio, una spuma di cetriolo. Le mie papille gustative cantano.

Il primo piatto, invece, è base di granchio con un crema leggera all’aneto e caviale russo. In pratica sono tre piatti in uno: una spuma e riduzione di granchio, un cucchiaio con dentro un formaggio morbido all’aneto e un’insalata di granchio con verdure fresche. In un altro piatto svetta una piramide di ghiaccio: sulla sua sommità una scatolina con dentro caviale e crema di granchio.

Lo chef, poi, decide di omaggiarmi con un raviolo di astice, decorato con una stella di gelatina e una spolverata d’oro. Intorno una crema di foie gras: piatto squisito.

La carne, invece, non mi colpisce particolarmente: si tratta di animelle cotte in casseruola, accompagnate da cipolle bianche, crema di spinacino e funghi trifolati. Nulla di che.

Chiudiamo con i formaggi, di cinque tipi differenti e il dolce. Una creme caramel alla vaniglia, una composta di crema leggera di rabarbaro, praline di noci pecan ricoperte da una sfoglia e poi la petite patisserie: fantastica. Batte tutte quelle assaggiate fino ad ora 7-0.

Il caffè, eccezionale, mi permette di parlare con lo chef e tutto il suo staff. Mi conoscono, mi Riconoscono. Sanno chi è l’Uomo delle Stelle, cosa fa, da dove viene e qual è il suo percorso. Mi apprezzano, mi invitano a non mollare e mi offrono il pranzo. Nei fatti mi impediscono di pagare.

Un gesto che mi imbarazza e che in pratica gli costa un voto nel mio giudizio finale. Meriterebbero 5 barbe, gliene do solo 4.



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8 − cinque =

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