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“E i cattivi non sono cattivi davvero.

E i nemici non sono nemici davvero.

Ma anche i buoni non sono buoni davvero,

proprio come me e te”

(Wes Anderson – I Cani)

Sarà per il freddo.

Che è freddo per davvero: il termometro segna -4 gradi centigradi.

Sarà per le luci.

Che sono decorazioni per davvero: mica quegli orrendi Babbi Natale che, dalle mie parti, vedi attaccati ai balconi e non sai se ti fanno più rabbia o tenerezza.

Sarà per i tombini.

Dai quali esce per davvero un fumo indefinito, sconosciuto per consistenza e provenienza.

Sarà per i film.

Di fronte ai quali, da ragazzino, trascorrevo infiniti pomeriggi al sapor di cioccolata calda e biscotti. 

Sarà che non ho ancora recuperato dal Jet Lag e che potendo farei come Tonino Cerezo: andrei a dormire pochi minuti dopo la mezzanotte perché sono un professionista per davvero (semicit.)

Fatto sta che l’atmosfera natalizia, a New York, sembra avere tutto un altro sapore.

Per davvero.

Ho come l’impressione che il Natale abbia senso solo in questa parte del mondo. E che tutti i veglioni che mi hanno visto protagonista fino ad oggi siano solo un pallidissimo riflesso delle feste che è possibile vivere qui: in una delle città più belle della terra.

Mi trovo a Manhattan. Precisamente sulla cinquantunesima strada. A metà tra la sesta e la settima Avenue.

In questa via, piena di negozi d’abbigliamento, hotel e locali, esattamente al 155 West ha sede il primo ristorante Tre Stelle Michelin americano al quale farò visita: Le Bernardin, guidato dallo chef francese Eric Ripert.

Ecco, non è proprio il classico locale a stelle e strisce che ti aspetti. Anzi. Le Bernardin, per non tradire i natali del suo cuoco, è un ristorante francese a tutti gli effetti. Per i piatti serviti e soprattutto per il modo in cui è costruita la location e sistemato l’arredamento.

Solo il servizio appare vicinissimo ai costumi americani: i camerieri, presenti, pratici, cordiali ma assolutamente efficienti, sono quelli che pensi di trovare a New York. E la cosa, sommata al numero di coperti (inusuale per un tre stelle Michelin), stona davvero parecchio.

Le Bernardin sembra un ristorante fuori dal tempo: i soffitti alti, le vetrate che danno sulla strada, i faretti che sbucano da infissi di legno ma soprattutto i poster alle pareti (ritraenti scene marittime) rendono il tutto molto molto kitsch.

Cerco di non pensarci mentre mi accomodo al mio posto. Tento, invece, di concentrarmi sul menù: normalissimo, per fattezze e piatti. Nulla di diverso da quello che si può trovare in un altro qualsiasi ristorante di questa importanza.

Di nuovo, così come mi era spesso capitato anche in Giappone, avverto la mancanza di innovazione. Perché gli chef cercano la comodità o la pietanza sicura, invece di provare a creare? Ad inventare qualcosa di nuovo? Non me lo spiegherò mai.

Le Bernardin è il classico ristorante di pesce. Lo si capisce, chiaramente, dagli ingredienti che costituiscono i piatti. E, per i più distratti, anche da una scritta che campeggia sulle prime pagine del menù.

“Fish is the star of the plate”.

“Il pesce è la star del piatto”.

Intenzione confermata anche da una mini didascalia più in basso in cui Le Bernardin comunica ai suoi commensali che il ristorante acquista i frutti di mare in maniera consapevole. Senza, cioè, compromettere il futuro dell’oceano.

Io, intanto, per non rischiare di incappare in strane sorprese, scelgo il menù degustazione costituito da quattro portate.

Si comincia con l’amuse bouche: una tartare di tonno contenuta in un cilindro di pasta fillo croccante, un pezzettino di chela di astice condita con una cremina di pomodoro e porro e un cappuccino di funghi e frutti di mare.

Il piatto non appare riuscitissimo: solo la tartare mi conquista. Il resto lascia veramente tutto il tempo che trova.

Decido di pasteggiare con un Pinot Nero del 2016, Colin-Morey: un rosé dotato di una fantastica acidità. Con un gusto lungo ma delicato appare ottimo per accompagnare il pesce. Perfetto nel mitigare il sapore dolce dei mitili.

Passiamo ad uno battuto di tonno rosa, fantastico e molto saporito, servito al naturale (Le Bernardin ci tiene a non “nascondere” il vero gusto del pesce) e ricoperto da pezzettini di jamon iberico, mollica di pane croccante, alghe e capperi. Portata meravigliosa

Continuiamo con un battuto di granchio reale, al di sopra del quale viene adagiata una chips di farina. Il tutto è bagnato nel fumetto di cottura del granchio.

Arriviamo, poi, alla portata principale: tonno bianco con carne di Wagyu, accostato a un triangolino di battuto di prezzemolo, una spugnola e un sughetto di funghi. Sarò sincero: non sono riuscito a finire questo piatto. Il tonno e il Kobe presentano entrambi una carne molto grassa che, per quanto ad un primo impatto possa sembrare irresistibile, finisce per annoiare il palato, rendendo la pietanza davvero stucchevole.

Chiudiamo con il dessert: avrei voluto assaggiarne uno particolare con la base di pera, non essendo più disponibile mi lascio coccolare dal restaurant manager che decide di omaggiarmi con due dolci diversi. Una composizione di cioccolata (fondente, bianco, gianduia…) accompagnata da una salsa di mirtilli. E una mela tagliata a metà, cotta al suo interno e ricostruita, invece, all’esterno con una meringa al cioccolato e una cucchiaiata di gelato alla vaniglia. Nulla di eccezionale.

Finisco con la piccola pasticceria: un trionfo di cioccolata con una graziosa gelatina di albicocca. Apprezzabile.

Prima di salutare chiedo di poter fare due chiacchiere con Eric Ripert, lo chef. I suoi impegni in cucina purtroppo mi negano questo piacere. Fattore che, comunque, in nessuna maniera condizionerà il mio giudizio.

Quello che viene detto su Le Bernardin, quello che si può leggere sulle guide specializzate ma anche dai semplici giudizi di normalissimi avventori, purtroppo corrisponde alla verità.

Il ristorante newyorkese, perfetto per servizio e accoglienza, appare davvero troppo normale: sopravvalutato oserei aggiungere.

Voto finale tre barbe.

Niente di esaltante.



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