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«(…) La Nausea m’ha colto, mi son lasciato cadere sulla panca, non sapevo nemmeno più dove stavo. (…) Da quel momento la Nausea non m’ha più lasciato, mi possiede»

La nausea” Jean-Paul Sartre

Scrivono in francese.

Parlano in francese.

Pensano in francese e per quanto lo capiscano, ne sono sicuro, non vogliono saperne dell’inglese. Idioma internazionale. Modalità comune di comunicazione.

E allora, per farmi comprendere meglio, decido di giocare sul loro campo. Di citare uno dei pensatori francesi più brillanti di tutto il Novecento: Jean-Paul Sartre e “La nausea”.

Avviso ai naviganti o ai meno attenti. Volendo anche ai più maliziosi: visto che in queste pagine si parla di cucina, di buon bere e buon mangiare, con “nausea” non si intende il disturbo vero e proprio. Almeno nel senso sartriano del termine. Il significato è da rintracciarsi nel disagio che le cose e gli altri ci trasmettono, nel come la realtà venga percepita falsa e opprimente. 

In fondo, sempre secondo Sartre, “l’Inferno sono gli altri”. 

Tutto questo per dirvi che, uscendo da L’Ambroisie, nell’attraversare la splendida Place des Vosges che le fa da scenario, dopo essermi seduto su una panchina a riflettere, mi è venuto quasi naturale pensare a Sartre e al suo senso di noia nei confronti del mondo. 

Perché L’Ambroisie con i suoi camerieri scortesi, i suoi piatti praticamente assemblati, la sua carta dei vini senza indice e il suo sfarzo fin troppo invadente mi ha trasmesso una sola sensazione. La noia. 

Immaginate questa cosa: conoscete la mia passione per i bagni che spesso sfiora la patologia. Beh, non mi sono mai alzato dal tavolo, nemmeno per andare alla toilette, pur di far terminare in fretta una delle esperienze enogastronomiche peggiori che mi sia mai capitato di affrontare

Mi chiedo quali santi in Paradiso abbia chef Bernard Pacaud. E me lo domando sulla base di due differenti questioni. Per quanto la sua cucina non sia sorprendente e anzi abbastanza anacronistica (forse negli anni ’80 poteva essere raffinata…) come mai il locale è sempre così pieno e in più ha l’onore di ospitare come commensali, persone del calibro di Obama, Kerry o Hollande? 

In più: il figlio di Pacaud, Mathieu, anche lui chef, nonostante abbia più o meno trent’anni dirige già due ristoranti stellati. Perché? 

Lo sapete: mi piace fare domande scomode. 

Non ho potute farle a chef Pacaud, purtroppo. Non era a L’Ambroisie. I suoi camerieri, però, scostanti e anche abbastanza scontrosi, mi fanno sapere che gli faranno arrivare la nostra rivista. Peccato. Avrei voluto parlargli. Chiedergli ad esempio perché la carta dei vini non ha un indice, perché i commensali alle mie spalle hanno ricevuto il vino prima di me nonostante si fossero seduti dopo, perché nessuno mi ha spiegato i piatti, fatto scegliere l’acqua, chiesto se volevo visitare la cucina. 

Magari mi contatterà lui dopo aver letto questo articolo…

L’amuse-bouche è deludente: una zucchina in piedi, con dentro pesce e un pomodoro svuotato. Piatto incomprensibile. 

Il menù (scritto solo in francese), invece, si compone di 18 portate, tra antipasti, primi e dolci. Non ho trovato nulla di speciale tra quelli che ho scelto: sarò stato sfortunato, evidentemente.

Una delle pietanze che voglio raccontare, invece, ha come protagonista un uovo circondato da asparagi e crema di asparagi. L’uovo è cotto alla coque e va mischiato con un cucchiaino di caviale. Non vi pare una cosa fin troppo semplice?

Poi mi viene servito il pesce San Pietro con fave, aneto, alcuni pezzettini di seppia e una cremina molto insipida di zafferano. Segno sulla mia agenda un voto molto basso. Il più basso che esiste. Zero. 

E’ il momento del dessert: un gelato al frutto della passione con una meringa e una torta fatti di noci, crema di noci e succo caldo di fragole. Poi arriva anche la petite patisserie: quattro noccioline, un macaron, un mini muffin alle fragole e un dolcetto sempre alle fragole. Devono essere frutta di stagione a Parigi in questo periodo…

L’ultima delusione me la riserva il conto: salatissimo, elevato, totalmente fuori mercato. Almeno per quello che mi è stato servito.

Prima che me ne accorga il mio corpo mi ha già condotto fuori da L’Ambroisie. Mi ritrovo in Place des Vosges a sorridere e pensare che in fondo Sartre aveva più che ragione. 

“Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere”

Giusto. E io scelgo di espormi. E do il mio classico voto.

Una barba. 



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