Il pesce che mangiamo è davvero quello che pensiamo? La realtà dietro gli allevamenti ittici

Il pesce lo preferiamo mangiare d’estate si sa. Orate, spigole, salmone, cozze e vongole sono tra le specie più presenti sulle tavole degli italiani, soprattutto in questo periodo. Eppure, nella maggior parte dei casi, arrivano da allevamenti intensivi, spesso situati all’estero. Un’analisi di Essere Animali e The Good Lobby punta l’attenzione anche sul benessere dei pesci e sull’impiego dei fondi europei destinati al settore.

Con l’estate aumenta il consumo di pesce e, tra pranzi in famiglia e cene vista mare, orate, spigole, salmone, cozze e vongole diventano protagonisti dei menu. Ma se molti consumatori pensano di acquistare prevalentemente pesce pescato, la realtà racconta una storia diversa.

Secondo i dati diffusi da Essere Animali, solo il 10% degli italiani dichiara di preferire il pesce allevato. Nonostante questa percezione, cinque delle sei specie fresche più acquistate nel nostro Paese provengono in larga parte proprio dagli allevamenti ittici.

Orate e spigole? Quattro su cinque arrivano dall’estero

Tra i prodotti più richiesti durante la stagione estiva spiccano orata e spigola, due pesci che registrano un incremento delle vendite soprattutto nei ristoranti e nelle località turistiche.

Circa l’80% di quelli presenti sul mercato italiano proviene da allevamenti situati principalmente in Grecia e Turchia, mentre soltanto una quota ridotta è allevata in Italia.

Il dato assume ancora più rilevanza considerando che gli italiani sono tra i maggiori consumatori di pesce in Europa, con 30,4 chilogrammi pro capite all’anno, contro una media europea di circa 23 chilogrammi. Negli ultimi dieci anni il consumo di orata è aumentato del 23%, mentre quello della spigola è cresciuto dell’11%.

L’allevamento non elimina il problema della pesca intensiva

L’acquacoltura viene spesso indicata come una risposta alla crescente domanda di prodotti ittici e alla progressiva riduzione degli stock selvatici. Tuttavia, nel caso di alcune specie, il rapporto tra allevamento e pesca è più complesso di quanto si possa pensare.

Orate e spigole sono infatti pesci carnivori e vengono alimentati con mangimi contenenti farine e oli ottenuti da pesci selvatici. Questo significa che, pur essendo allevate, continuano a dipendere almeno in parte dalla pesca per la loro alimentazione.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica International Aquafeed Magazine, per ottenere un chilogrammo di orata sono necessari tra 1,8 e 2,2 chilogrammi di mangime, un dato che evidenzia come, per alcune specie, l’acquacoltura non rappresenti una soluzione completamente indipendente dalla pesca intensiva.

In Italia circa 700 allevamenti, quasi tutti intensivi

Nel nostro Paese operano circa 700 allevamenti ittici, dai quali provengono ogni anno circa 50 mila tonnellate di pesce, pari a oltre 100 milioni di animali.

Secondo Essere Animali, molti di questi impianti sono di tipo intensivo e presentano criticità legate al benessere animale, come l’elevata densità di allevamento, la qualità dell’acqua, i trasporti e le modalità di abbattimento.

Uno studio condotto nel 2024 su 21 allevamenti italiani di orate e spigole ha rilevato che in 20 strutture viene utilizzato lo shock termico in acqua e ghiaccio, mentre in un allevamento gli animali vengono abbattuti tramite esposizione all’aria. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e l’Organizzazione mondiale per la salute animale (OMSA) ritengono questi metodi non adeguati sotto il profilo del benessere animale, poiché possono provocare sofferenze evitabili.

Fondi europei: solo l’1% destinato al benessere dei pesci

Un ulteriore elemento evidenziato dall’analisi realizzata da Essere Animali insieme a The Good Lobby riguarda l’impiego delle risorse europee.

L’Italia dispone di 987 milioni di euro destinati ai settori della pesca e dell’acquacoltura, ma, secondo la programmazione del Ministero dell’Agricoltura, soltanto l’1% dei fondi è destinato a interventi specifici per migliorare il benessere dei pesci allevati.

Oltre la metà delle risorse disponibili deve ancora essere assegnata. Secondo l’associazione, questi finanziamenti potrebbero essere impiegati per introdurre sistemi di stordimento più rispettosi degli animali, sostenere la ricerca scientifica e sviluppare linee guida nazionali dedicate al benessere dei pesci.

«Abbiamo fino al 2027 per utilizzare queste risorse e non possiamo permetterci di perdere questa occasione: serve investire in un’acquacoltura più sostenibile e soprattutto più rispettosa degli animali. Anche i pesci sono esseri senzienti e i cittadini chiedono di tenere in considerazione anche le loro esigenze etologiche e migliorare gli standard attualmente utilizzati. È fondamentale che le nostre istituzioni investano responsabilmente i fondi europei a disposizione e che i consumatori siano informati adeguatamente su quanto le proteine vegetali debbano essere la base per un’alimentazione sana e completa, anche come alternativa al pesce», afferma Simone Montuschi, presidente di Essere Animali.

Leave a Reply

sei + 9 =