Skip to main content

Dagli hashtag in tendenza all’ironia spicciola e cringe. Il Molise ha tutto per replicare con i fatti alla disinformazione e diventare una perla nel panorama turistico italiano

È il 1995 quando i Nomadi, orfani da un triennio del carismatico frontman Augusto Daolio, incidono e presentano al pubblico l’album “Lungo le vie del vento”. Alla voce Francesco Gualerzi e Danilo Sacco, quest’ultimo destinato poi a scrivere la storia del secondo gruppo più longevo della storia, dietro soltanto ai Rolling Stones. 

Proprio come recita l’album, anche il mio viaggio in Molise è risultato un continuo librarsi lungo le vie del vento, che ha soffiato incessante dalla costa alle prime colline molisane; un “vento dell’oriente che preannuncia un cambiamento”, sempre per citare il gruppo nativo di Novellara (RE).

Ma quale cambiamento? 

Partiamo dal presupposto che il Molise, regione sottovalutata dai più, nasconde molte frecce nella faretra: paesaggistiche, culturali e naturalmente enogastronomiche.

Quello del Molise è un carnet di potenzialità inespresse, composto da incantevoli borghi, saldissimi nonché secolari sistemi di inclusività, un’offerta turistica completa, grazie a una invidiabile conformazione del territorio, e la presenza di importanti testimonianze di arte sacra. Purtroppo la massiccia emigrazione giovanile unita a un’identità ancora piuttosto eterea stanno mettendo a dura prova la fioritura di questo magnifico bocciolo.

Autentici Percorsi

Per cercare di contrastare l’abbandono e, al contempo, valorizzare il ricco patrimonio culturale, quattro comuni hanno deciso di connettersi, cercando di promuovere le bellezze del territorio.

Termoli, Campomarino, Guglionesi, San Giacomo degli Schiavoni, queste le realtà che hanno aderito a“Autentici Percorsi”, il piano di comunicazione e promozione integrata della destinazione turistica dei quattro Comuni.

La mission, come già accennato, è quella di far conoscere e apprezzare una regione ancora turisticamente poco battuta sia da italiani che da stranieri.

L’esperienza a Termoli 

Sono di base a Termoli, pittoresco e frizzante luogo di mare. Si, lo so, da qui si prende il traghetto per le Tremiti, ma perché non concentrarsi maggiormente su questo borgo che tanto ha da offrire?

Avete mai sentito parlare della Termoli sotterranea? Proprio affianco alla Cattedrale di Termoli, sotto al Palazzo Vescovile, sono tornate alla luce antiche stanze dimenticate, ricche di reperti medievali. A completare il tutto una suggestiva cisterna di acqua (utilizzata fino al XIX secolo) e un’affascinante quanto cupa necropoli millenaria.

A due passi dal centro storico, dinnanzi all’imperioso Castello Svevo, è presente un baluardo della ristorazione termolese, il “Ristorante da Nicolino.”

Nicolino Caruso è il proprietario di casa, un signore attempato ma pieno di verve che intrattiene con grande carisma. In sala il figlio di Nicolino risulta un ottimo oste, propenso alla convivialità e al minuzioso racconto delle materie prime utilizzate in cucina.

Signature dish del locale, neanche a dirlo, il celebre “brodetto”, noto, per la sua unicità, anche oltre i confini regionali. 

Potremmo stare ore a disquisire su questa preparazione così iconica; cerco di raccontarvi cosa ho provato io. Badate bene, l’utilizzo del verbo provare non è casuale: quella del brodetto rappresenta una dolce liturgia che attanaglia la mente, un climax fatto di parole, sguardi e gestualità che esplode in una fumante pentola di coccio al centro del tavolo.

Il brodetto di “Nicolino”

Una preparazione, per diventare simbolo, non può permettersi di essere meramente gustosa al palato, deve saper scatenare emozioni, creare dibattito, catalizzare l’attenzione dei commensali al tavolo e nei giorni a venire. Posso confermare che il brodetto di Nicolino soddisfa tutti questi criteri.

Partiamo dalla sostanza, da quella che noi in Romagna chiamiamo “ciccia”: scorfano, sogliola, triglia, rombo, merluzzo, gallinella, cozze, vongole, mazzancolle e altro pescato, figlio dell’Adriatico, sapientemente abbinati a pomodoro e peperone. Una commistione fra prodotti della terra e ittici che inizialmente può spaventare, soprattutto per l’utilizzo di un vegetale di personalità come il peperone. Le fasi di cottura, per via del variegato pescato, sono molteplici e avvengono tutte nel famoso “coccio”.

Una volta pronto, il brodetto viene portato in sala e posto al centro della tavola.

credits: Ristorante Da Nicolino

Ed ecco che entra in gioco l’altra peculiarità del brodetto, ossia la forma: un codificato schema di gesti che rende indimenticabile la cena.

Posto in tavola il “coccio”, ad ogni commensale viene servito un piatto fondo con spaghetti in bianco, spezzati e bolliti. Il carboidrato poi viene innaffiato con il liquido del brodetto; il risultato è una pasta “in brodo” in cui la dolcezza e vegetalità del peperone mitigano enormemente l’abbondante “mare” presente nel piatto. 

Il peperone stesso, mostra la sua anima più morbida e rotonda, armonizzandosi con gli umori di pesci delicati quali gallinella, scorfano e creando un delizioso contrasto con merluzzo, triglia e mitili.

Terminata la pasta ci si avventa voracemente sulle carni rimaste sul fondo del “coccio”. La morbidezza del rombo, la dolcezza delle mazzancolle e il gusto dello scorfano risultano ineccepibili, come rimane ben presente e persistente al palato il salubre indirizzo vegetale.

Per concludere, obbligatoria la scarpetta fatta tra spine e lische, in quello che risulta essere un godibilissimo “campo di battaglia”.

La (la)sagna bianca del Molise al “Quinto Quarto”

Una ventina di minuti di auto separano Termoli da Guglionesi, grazioso borgo collinare, ricco di arte sacra e panorami mozzafiato sulle vallate del Molise.

Ad accogliermi, per il classico pranzo domenicale, il ristorante “Quinto Quarto”, locale diretto, rustico, senza tanti fronzoli; già questo mi fa sentire a casa.

Qui viene preparata una ricetta che è ormai miraggio anche per gli autoctoni, la lasagna bianca molisana.

La lasagna, già nell’immaginario collettivo, fa domenica: regina incontrastata del comfort food  nonché vero e proprio collante per numerose famiglie italiane.

Ma come viene preparata la lasagna bianca del Molise?

Tutto parte da un robusto brodo di gallina, fatto “andare” per almeno tre ore. Con la carne dell’animale vengono preparate delle piccole polpettine, unica farcia della lasagna assieme a Parmigiano e scamorza. 

Ad irrorare il tutto dell’abbondante brodo caldo.

Peculiare è anche la cottura della lasagna, viene infatti utilizzato il bagnomaria, proprio a scopo di conservare e proteggere i caratteristici sapori del piatto.

Al palato la lasagna è unta, briosa e dannatamente goduriosa; la carne della gallina risulta soda e saporita, il brodo avvolge tutto come una calda coperta e il Parmigiano… è il Parmigiano.

Ciò che, personalmente, mi ha stupito è l’affinità con la Romagna per quel che concerne il range di sapori. L’utilizzo del Parmigiano, della gallina, della sfoglia e di abbondante noce moscata mi riporta con la mente e il cuore a casa, dinnanzi ad un abbondante e fumante piatto di cappelletti in brodo.

La speranza per il futuro

Terminato il pranzo è giunto il momento di rincasare; il fischio del capotreno mi risveglia da tre giorni intensi, passati tra ottime cantine, ristoranti di altissima qualità e Comuni che poggiano su ottime basi per diventare, tra non molto, un caposaldo dell’offerta turistica italiana.

Leave a Reply

5 − uno =

Close Menu

So Wine So Food

I più grandi chef, le tendenze internazionali, gli eventi più trendy e le cantine migliori in territorio nazionale e internazionale.

Project by K-Lab Project

© 2015 SOWINESOFOOD
Iscrizione al registro stampa del
tribunale di Velletri (Roma) N. 15/2016 del 18/08/2016

T: 0691516050
E: info@sowinesofood.it