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Mi stringo nel bavero del cappotto. E poi scrollo per un’ultima volta le Timeline dei miei Social. Lo faccio un istante prima di imboccare il vialetto e infilare l’entrata. Lo faccio come gesto propiziatorio prima della mia quarta tappa, la prima francese. Lo faccio quasi per salutare il mondo degli altri prima di immergermi nel mio: quello sconosciuto ai più, purtroppo. Quello fatto di profumi, sapori, odori, colori.

I miei amici si rallegrano per l’arrivo della Primavera. Postano foto di posti assolati, di fiori sbocciati, di rondini al ritorno. Beati loro: qui dove sono io, a Megève, proprio in pieno Monte Bianco, la “stagione dell’amore” è ancora un lontano ricordo.

Sorrido. Batto i piedi per togliermi un po’ di neve e un po’ di freddo. E vado. The Man of the Stars is coming to town…

Flocons de Sel, il ristorante tristellato dello Chef Emmanuel Renaut, si trova all’interno di un Hotel 5 stelle, precisamente al pian terreno della struttura extralusso. Raggiungerlo non è semplice: il modo più rapido è atterrare all’aeroporto di Ginevra e poi, in macchina, coprire i circa 100 chilometri che separano la cittadina svizzera da Megève.

All’accoglienza, Flocons de Sel è esattamente come me lo aspettavo: caldo, accogliente, pulito, di grande classe. Gli infissi in legno, poi, danno quell’effetto montagna che non mi dispiace affatto.

Ad accompagnarmi al tavolo sono i camerieri: tanti, gentili, giovani e molto cordiali. Sono tutti attenti, anche perché in sala c’è la moglie dello Chef che tratta ogni cliente con un riguardo fuori dal comune.

Mi piace la mise en place: le tovaglie di fiandra, i piatti e le stoviglie griffati col loro marchio, il fiocco di neve. Quello che non mi piace è il Sommelier. In sala ce ne sono tre, a me capita quello che parla una sola lingua: il francese. Appare spocchioso, arrogante, non mi consiglia e anzi storce anche un po’ il naso alla mia richiesta. In più manca la carta delle acque. Ne viene servita un solo tipo: la loro, versata da un macchinario con cui è possibile scegliere temperatura e livello di gas. Da un ristorante tristellato mi aspetto sempre qualcosa in più.

Ordino un lunch menù, composto da sei portate, quattro più due. La lunga attesa (circa venti minuti senza che nessuno mi informi  di niente, segnata con una nota negativa sul mio taccuino) viene mitigata dal livello altissimo dei piatti.

Mi lascio stregare dal Cristallo di fungo: un brodo di funghi cristallizzato allo zucchero, chiaramente a forma di fungo, adagiato su una pietra. Il mix di dolce e salato mi esalta il palato.

Il Cervo in salmì, con cioccolata e tartufo mi ammalia, ma a farmi andare completamente fuori di testa è la Torta quadra: un quadrato di cioccolata finissima, con crema di liquirizia e noci e dischi di nocciole, scaglie di cioccolata bianca, caffè in polvere e perle di arachidi. Una scultura!

Sazio mi alzo per ringraziare. La moglie dello chef, come è consuetudine per tutti i commensali, mi accompagna in cucina per parlare con Renaut. Al suo interno scorgo subito un paio di tavolini: da Flocons de Sel si può mangiare direttamente di fronte al cuoco e alla sua brigata a lavoro. Una possibilità che mi sembra meravigliosa. Un altro punto a favore del ristorante di Megève consiste nella presenza dello Chef: a differenza degli altri locali in cui ho mangiato, dove il cuoco non c’era mai, Renaut è sempre presente, ogni giorno e in ogni occasione, pronto a controllare ogni singolo piatto che esce dalla sua cucina.

Fuori dal ristorante il freddo continua a farla da padrone. Mi prendo ancora un secondo: il tempo di segnare sulla mia Mont Blanc il voto complessivo per Flocons de Sel. Tre barbe. Un punteggio tutto sommato basso: il livello dei piatti non cancella la fatica per arrivare al ristorante di Renaut, l’atteggiamento spocchioso del Sommelier e la lunga attesa per mangiare.

A Roma, a casa mia, sembra sia Primavera. Qui, invece, è inverno pieno. Fuori e dentro Flocons de Sel.


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