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Ah, i danni che fa la televisione…
Difficile resisterne al “fascino”. Di questo ne sono fin troppo consapevole.
Eppure per anni ho creduto di essere un “sopravvissuto”: quasi un portatore sano del virus che questo strumento infernale (riassumibile in due lettere T e V) inocula in tutti i suo adepti.
In fondo ne avevo superate di fasi.
Ad esempio quella dei supereroi: quando ero bambino tanti miei coetanei, fomentati dall’avvento della saga di Superman, avevano deciso in massa di lanciarsi in fosbury da ogni piano rialzato. Rimediando in cambio, nella migliore delle ipotesi, ossa rotte e escoriazioni varie. Immaginate la preoccupazione dei miei genitori e di mia madre in particolare.
“Superman è un film, sei consapevole che non puoi volare?” mi ripeteva ogni volta che se ne presentava l’occasione.
La mia faccia di preadolescente doveva essere un manifesto stampato. Va bene che non sono il più sveglio della compagnia – riflettevo – ma come si può pensare che un film mi possa convincere di aver poteri sovrannaturali, tipo quello di librarmi in aria? Mah. Credevo di apparire più intelligente…
La mia autostima ancora ringrazia.
Con il passare del tempo, salvo qualche innamoramento sporadico e una serie di racconti che avrebbero modificato in maniera quasi irreversibile il mio modo di interpretare la vita e soprattutto le relazioni (chi ha detto Dawson’s Creek?), abbiamo vissuto tranquilli fino all’età dell’università. Quando il mondo, così come lo conoscevamo, è stato flagellato da uno dei morbi più inquietanti dei nostri giorni: “Romanzo Criminale”.
Mi spiego.
Ho amato il libro di Giancarlo De Cataldo, tra l’altro letto in poche ore in fila per richiedere il rinvio del militare. Così come ho detestato profondamente sia il film di Michele Placido che la serie Tv di Stefano Sollima. Non perché le pellicole fossero girate male, avessero vuoti narrativi o presentassero attori per niente credibili. Nulla di tutto questo. Ma perché la fabula raccontata, mi portava a tifare per i “cattivi”. Ad appassionarmi alle loro vicissitudini malavitose, facendomi perdere totalmente il contatto con la realtà.
Come si può essere dalla parte di chi uccide, spaccia, minaccia e non paga mai?
Di nuovo, molti miei coetanei non ebbero la mia stessa epifania. E di nuovo, molti di loro si lasciarono trasportare dal “fomento” del momento. E allora via al florilegio di battute del film o della serie, magliette, disegni, Meme.
Tutti in favore della “Banda della Magliana”.
Con l’aggravante che tutto veniva amplificato da un altro avvento di difficile interpretazione: quello dei Social.
Anche in quel caso la scampai: mai desiderato essere il Libanese, il Freddo o il Dandi. Ecco, magari avevo un debole per il commissario Scialoja: con i suoi baffetti e un ammirabile senso di giustizia. Amante delle utopie.
Tutto questo mi aveva convinto di essere immune alla Tv. Per buon senso se non per furbizia o intelligenza.
E, invece, non era così.
Triste accorgersene in tarda età.
Colpa del dottor Cal Lightman, protagonista di Lie To Me. Ne avete mai sentito parlare? In poche parole, basandosi sugli studi reali di uno psicologo, tal Paul Ekman, la serie racconta le avventure di uno studioso delle espressioni umane. Capace di guardare in faccia una persona mentre sta parlando e capire se sta dicendo una bugia o la verità.
Ho consumato ogni puntata. A volte guardandone dieci o dodici all’interno di una singola giornata.
Di conseguenza, non faccio altro che guardare i volti della gente per capire cosa pensano in realtà mentre stanno parlando. Ribaltando la cosa in mio sfavore. Controllando anche ogni mio minimo muscolo per non dare vantaggi all’interlocutore del momento.
Lo sto facendo anche in questo momento. Sento le sopracciglia avvicinarsi e la fronte corrucciarsi. “Espressione di disappunto” registra la mia mente, addestrata da ore e ore di considerazioni di Lightman. “Rilassati” mi ripeto “in fondo non è successo nulla di grave”.
Sono passate da poco le ore 13. E mi sono appena seduto al tavolo. Addirittura prima di chiedermi se gradisco un bicchiere d’acqua, il cameriere mi invita a sbrigarmi ad ordinare: alle 14 la cucina chiuderà. E tutti saranno impegnati al mercato del pesce: per acquistare le pietanze necessarie al servizio della sera.
Non apprezzo ma capisco. Probabilmente sono arrivato troppo in ritardo. E probabilmente la scelta era sbagliata a monte: non si visita un ristorante simile in estate. Quando ogni attenzione, anche solo riguardante il menù, è rivolta ai turisti.
Eppure avevo così tanta voglia di mangiare a La Buca, da attraversare per intero l’Italia. Come ricorderete, la settimana scorsa ero a Bologna da Oltre. Oggi, invece, mi trovo a Talamone cittadina toscana a due passi da Orbetello in piena Maremma.
La Buca l’ho scoperto grazie a voi. E grazie al nuovo progetto di So Wine So Food: ovvero “Tu Scendi dalle Stelle”. Con l’ausilio di un gruppo Facebook ho chiesto ai miei stessi lettori di suggerirmi qualche ristorante ancora non sulla bocca di tutti ma di qualità. In cui vale la pena mangiare.
E quindi seguendo il suggerimento di Marco, che ringrazio, eccomi arrivare in Toscana pieno di curiosità e appetito.
Come già detto il primo approccio non è dei migliori: non mi sembra carinissimo chiedere a un cliente di sbrigarsi ad ordinare. Ma capisco le esigenze dei gestori e mi adeguo.
La Buca ha festeggiato nel 2018 il suo cinquantesimo anniversario. Nato nel 1968, il ristorante è sempre rimasto sotto la stessa gestione. Ci si arriva passando per Porta Garibaldi, la porta d’ingresso alla città di Talamone. Bellissima e affascinante fa il paio con la sala interna di La Buca: molto antica ma anche molto suggestiva. Il resto, però, compreso l’ambiente esterno, lascia a desiderare: è tutto troppo da turisti. Per quanto nel complesso la location appaia rilassante e sicuramente estiva.
Non essendo il classico ristorante gourmet al quale siamo abituati, La Buca non possiede un menù degustazione. Occorre ordinare alla carta.
Comincio con un antipasto: è un unico piatto con le conchiglie della capasanta, moscardini al sugo, un cannolicchio aglio e olio davvero buonissimo, un fiore di zucca fritto, il polpo e il tonno con le cipolle di Tropea. Non male come piatto d’entrata: forse si abbonda un po’ con l’olio e anche i sapori appaiono piuttosto forti. Ma in finale il risultato è ottimo.
Pasteggio con un bel bianco fresco: un Plinio, vermentino della cantina Bruni. Alla vista presenta un colore giallo paglierino molto tenue. Al naso, invece, vanta fragranze floreali e di frutti esotici. Lunghissimo nel sapore, al primo impatto rende la bocca sapida per poi cambiare nel finale con note dolci.
Arriviamo al piatto forte: spaghetti aglio e olio con bottarga di muggine. Ottimi: mi piace la cottura della pasta, al dente, e il gusto della bottarga. Fantastico.
Chiudo con un vino dolce, a metà tra un passito e un vin santo, amabile e fresco: grazie anche ad una fogliolina di menta che ne esalta le caratteristiche.
Considerazioni conclusive: anche in questo caso bisogna fare una media di tutte le peculiarità de La Buca. Se alla location non si possono non dare tre barbe e mezzo, la cucina, pur nella sua semplicità, non può andare oltre le tre. Discorso diverso per il servizio: “macchiato” dalla conversazione iniziale e dall’invito ad un pranzo celere.
Voto finale: due barbe e mezzo.
Mi riprometto di tornare in inverno: magari senza turisti La Buca può mostrare qualità tenute nascoste in questo caldissimo agosto del 2018.















