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Sono immobile, al centro della piazza. Sembro uno di quegli artisti di strada che i passanti pagano per vederli muovere.

Sono fermo. Meglio: sono incantato. 

Continuo a fissare questa effigie. Mi viene quasi voglia di allungare una mano e toccarla. Per dare una dimensione reale ai miei pensieri. Per trasformare, attraverso il contatto dei polpastrelli, quello che vedo e per lo più immagino, in qualcosa di tangibile.

Sono a Valenza, a pochi passi dal fiume Rodano, precisamente in Place du Champs-de-Mars. 

Sono a Valenza e osservo un’immagine di Jacques Pic, figlio di Andrè e padre di Anne Sophie.

Sono a Valenza e cammino in direzione non di un semplice ristorante ma della rappresentazione fisica di una dinastia di maestri cucinieri lunga tre generazioni.

Sono a Valenza e sto per visitare la Maison Pic.

Valenza è una piccola città francese alle pendici delle Alpi, nell’Europa centrale. E’ un paesino di collina che vanta la bellezza di 20.000 abitanti. Gli stessi che camminano per vie piene zeppe di storia: da queste parti è passata la rivoluzione francese, è morto papa Paolo VI, hanno trovato rifugio tantissimi armeni dopo il loro genocidio.

Una di queste strade ospita la Maison Pic, il ristorante di Anne-Sophie. Tempio della ristorazione francese ed europea e premiato per ben tre volte con le tre stelle Michelin. Nel 1934, quando alla guida c’era il fondatore Andrè, nel 1973 quando, invece, il locale era passato nelle mani del figlio Jacques e infine nel 2007 proprio con Anne-Sophie sulla plancia di comando. E pensare che quella che adesso è una delle donne chef più pagate al mondo (può vantare un fatturato annuo da 58 milioni di dollari) inizialmente proprio non ne voleva sapere di seguire la tradizione familiare. Anne-Sophie voleva essere una manager e per un periodo ha anche seguito i suoi progetti. Poi ha deciso di tornare “a casa” e applicando le sue conoscenze manageriali alla ristorazione è riuscita ad aprire locali in tutto il mondo.

La Maison Pic si trova all’interno dell’Hotel Maison Pic: un cinque stelle extralusso dotato di 14 camere. Le sale del ristorante, invece, belle, luminose, spaziose e arredate secondo un’architettura quasi avanguardista, possono ospitare fino a 50 commensali.

L’accoglienza appare subito superlativa: vengo introdotto da ragazzi giovani ma preparati, così come il maitre, il più esperto in sala, uno dei collaboratori più stretti di Anne-Sophie.

Il menù mi affascina: è studiato alla perfezione, in ogni minimo dettaglio. E’ scritto solo in francese, un po’ per salvaguardare la tradizione (cosa alla quale in Francia tengono molto) e un po’ perché alla Maison Pic non arrivano molti turisti stranieri. Mi ero preparato prima di sbarcare a Valenza. In particolare avevo letto un articolo di Claudio Sacco alias Viaggiatore Gourmet  che indicava un enorme qualità del ristorante transalpino: i dettagli. Io aggiungerei la precisione e la velocità nel servizio delle portate, preparate da un brigata di sedici persone.

Scelgo il menù la scoperta: l’elenco dei piatti si trova all’interno di un libretto, chiuso con un fiocchetto, nel quale c’è anche la spiegazione di ogni portata. Al menù principale, che viene tolto dal cameriere, ne segue uno più piccolo, stampato al momento, con i soli piatti che ho ordinato. Me li porterò entrambi a casa: è una cosa che non sempre viene permessa. Con me hanno fatto un’eccezione.

Dopo il vino, un Domaine davvero buonissimo e l’amuse-bouche, il piatto che più mi convince è il piccione. Alla Maison Pic viene servito appena scottato, con la pelle ammorbidita da un estratto di piccione e funghi. Il resto è stato un insieme di spume e creme, come è nella tradizione francese. Secondo il mio personalissimo gusto, posso dire di aver mangiato piccioni migliori: quello dello chef Guida del Mandarin Oriental ad esempio o quello dell’Enoteca Pinchiorri a Firenze.

Il vero fiore all’occhiello del menù di Anne-Sophie, però, è il dolce: un cubo bianco che al suo interno possiede un mille foglie con strati alternati di crema alla vaniglia di Tahiti, emulsione al pepe Voatsiperifery e gelatina di gelsomino. Dire che è buono mi sembra riduttivo: è decisamente il miglior dessert che ho mangiato in vita mia.

Un ultimo commento lo lascio, come al solito, per i bagni: meravigliosi e straripanti. Soprattutto è fantastica la storia della Maison Pic raccontata sulle pareti dei corridoi. In più vengo totalmente rapito da uno spazio esterno con un laghetto e una piccola cascata dove, poggiandosi su alcune sedie, è possibile prendere l’aperitivo. E’ davvero un luogo capace di rimetterti in pace con il mondo e con la vita. 

Voto finale: quattro barbe

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6 − 3 =

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