Skip to main content

Ca’ Del Moro, la bellezza del Resort dell’azienda vitivinicola La Collina dei Ciliegi in Valpantena

Penso a CaDel Moro e ricordo uno spazio svincolato, verde, puro; culla per i pensieri che qui sono liberi, vagano e prendono forma plasmati dai silenzi e dalle vibrazioni naturali, si concretizzano in tutte le loro fini e intime risonanze. 

Le sfumature e le diverse gradazioni di verde delle colline circostanti infondono una gioia rara e un calore diverso. Percepire così profondamente la natura ci fa sentire a casa nostra. 

Ca’ Del Moro Wine Retreat 

Siamo nello splendido Resort dell’azienda vitivinicola La Collina dei Ciliegi in Valpantena, a neanche mezz’ora di macchina dal centro di Verona. Tutto è pace e soffia solo un’energia romantica che chiama emotività, immaginazione e fantasia. A parlare è il paesaggio, che sussurra un quasi dimenticato linguaggio orientato al soggettivismo e a un’indagine attenta delle nostre radici e corrispondenze; immersi nella natura riscopriamo il piacere della semplicità e un nuovo lusso tra comfort e benessere. 

Collezioni private di arredi dal tono naturalistico, materiali grezzi, colori tenui e tessuti caldi rendono Ca’ Del Moro un esempio di lusso discreto dal segno inconfondibile; un insieme di spazi concepiti come luoghi dove ritrovare il valore del tempo, senza distrazioni e irrite riverenze. Ogni dettaglio ha una storia da raccontare ed è perfettamente integrato e coerente al contesto naturale; ogni gesto, primo fra tutti quello del cucinare, riflette questo senso di appartenenza e ciò che ne deriva è una gastronomia responsabile, che sviluppa conoscenza e apre la coscienza (riguardo, ad esempio, quei concetti tanto inflazionati di “buono” e “giusto” legati al cibo).

Il Ristorante 

Cosa vuol dire oggi cucinare cibo “buono” e “giusto”? Cotture perfette, disposizioni degli ingredienti alla Arcimboldi, liturgia della retorica e culto della stagionalità non sono (più) abbastanza. Fanno scena, questo sì, ma il consumatore medio si sta pian piano stancando del fumo e chiede finalmente l’arrosto. Niente destreggiamenti e volteggi, solo gusto e buon senso.

Umiltà, consapevolezza, rispetto e conseguente cura (delle materie prime così come del cliente) sono concetti chiave per una ristorazione di successo, che funzioni oggi e domani, sostenibile per davvero. E non è un’utopia perché c’è chi già opera in questo senso: la cucina di Giuseppe La Manna e Lina Maffia a CaDel Moro è un esempio. «Tutti in famiglia hanno sempre cucinato, è stato dall’inizio un elemento fondante della vita di tutti i giorni» ci racconta Giuseppe, puntualizzando come l’approccio al cibo, suo come di Lina, si fondi su un concetto di concretezza. «Nei nostri piatti non ci sono tanti giri di parole» continua lo chef «siamo diretti, la proposta è molto italiana e incentrata soprattutto sul Sud del paese, non ci sono contaminazioni dall’estero o elementi che il cliente potrebbe non riconoscere e comprendere. Puntiamo molto sul sapore e sulla qualità degli ingredienti, gusti decisi e facilmente identificabili». 

Per rispondere alla domanda di prima, fare cibo buono e giusto significa innanzitutto adempiere a quello che è il compito primo di ogni cuoco, cioè preparare del cibo gustoso che generi una sensazione di piacere in chi lo mangia (e Giuseppe e Lina lo fanno, i cinque piatti che ho assaggiato erano deliziosi); in secondo luogo (da qui una bella ma desolata cernita) vuol dire portare in tavola del cibo prodotto nel totale rispetto di tutta la filiera coinvolta, dagli addetti alla raccolta delle materia prime fino al trasporto e alla lavorazione delle stesse, ma non solo: rispetto e valorizzazione del suolo da cui quegli ingredienti derivano, flora, fauna e batteri compresi (senza fertilizzanti, pesticidi, serre e quant’altro possa manipolare la natura in qualche modo).

Vale per la litosfera così come l’idrosfera e tutta la biosfera nel suo insieme. Egregie abilità tecniche da parte dello chef rendono infine giustizia al piatto, ma è solo la ciliegina sulla torta (una torta fatta di stratificazioni che non sono altro che quelle infinite relazioni alla base di tutto ciò che mettiamo nel piatto). Si potrebbe e dovrebbe scavare più a fondo, ma conosco i miei polli e come sempre mi prendo un momento per consigliarvi quei piatti che ho amato e che non potete perdervi assolutamente…

I piatti 

Innanzitutto le due proposte vegetali del menù, che ho avuto cura di assaggiare nella speranza di potervele raccomandare e capita che fossero proprio buonissime, ovvero la zucca violina con tapenade di olive (esemplificativa del rapporto della cucina con la terra, delicata e gentile, convincente nella sua semplicità, lontana da costruzioni teatrali) e il topinambur alla brace con fondo bruno di verdure e cardamomo, su un letto di purea di pastinaca (anche lui appagante e coerentemente strutturato, dal profumo invitante che tradisce subito l’aspetto timido e mascherato dalla salsa).

Tra i primi piatti il mio consiglio verte sullo spaghettone all’uovo trafilato al bronzo con ‘nduja, ricotta affumicata e ristretto di pomodorini. Ci spostiamo verso una cucina più corposa e succulenta che è un inno al Sud Italia; l’insieme, a metà tra il dolce e il salato, risulta armonioso, fine, grazioso e non irruente come poteva sembrare in facciata. Prevale la nota affumicata, armonizzata e sgrossata dalla dolcezza della ricotta e del pomodoro; è un piatto magnetico, che vincola ma non estenua, che assorbe ma non consuma. Tra i secondi, infine, non fatevi scappare il San Pietro scottato con scarola e melassa di uva, olio al porro e bisque di scampi. Se solo potessi avere ancora di quella scarola…

Potrebbero interessarti anche questi articoli.

Leave a Reply

12 − 10 =

Close Menu

So Wine So Food

I più grandi chef, le tendenze internazionali, gli eventi più trendy e le cantine migliori in territorio nazionale e internazionale.

Project by K-Lab Project

© 2015 SOWINESOFOOD
Iscrizione al registro stampa del
tribunale di Velletri (Roma) N. 15/2016 del 18/08/2016

T: 0691516050
E: info@sowinesofood.it