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Un tuffo nella storia imprenditoriale del gruppo veneto con l’avvocato Roberto Brazzale

La famiglia Brazzale, identificata nel marchio “Alpi” è nel mondo del latte dalla fine del ‘700. Rappresenta la più antica azienda italiana del settore, in attività ininterrotta da almeno otto generazioni. Con l’avvocato Brazzale abbiamo cercato di tracciare un percorso che comprendesse la storia del gruppo, l’imprenditoria, l’innovazione e la sostenibilità ambientale.

Una storia imprenditoriale che si tramanda da parecchie generazioni, vuol dire che dietro a una solida azienda c’è una salda storia famigliare?

C’è una solida cultura, spesso inconsapevole, fatta di massime di esperienza che racchiudono la saggezza acquisita in secoli di lavoro quotidiano per rimanere sul mercato in quanto graditi da fornitori e clienti. La famiglia è al contempo un problema. Deve essere gestita, specie se le generazioni si moltiplicano. Ciò diventa un mestiere nel mestiere, molto più delicato e spesso molto più difficile. A noi è capitato di gestire un passaggio penta-generazionale e di dover liquidare una ventina di soci/parenti in buona armonia ma dopo un lavoro lungo e complicato. Il grande vantaggio di un’impresa famigliare sta nell’ottica di lunghissimo termine che ne ispira le scelte Dieci a zero contro le imprese manageriali.

Fiuto imprenditoriale e innovazione: come si tengono insieme, dal suo punto di vista queste dinamiche?

Fare impresa è una sfida intellettuale, una delle più appassionanti. E l’imprenditore non può dirsi tale se non subisce la maledizione del filosofo: pensare in continuo, senza pace. In ogni momento deve chiedersi come potrebbe fare meglio ciò che sta facendo. Solo nella nostra epoca si fa tanto parlare di innovazione, ed è un brutto segno perché dovrebbe essere scontato che “impresa” è sinonimo di “innovazione”. Se non è percepito così è perché in Italia il sistema corporativo e consociativo ha plasmato un ambiente poco favorevole al rischio, alla concorrenza ed alla libertà. Prevale la paura e la reazione è la ricerca di protezione, di garanzie di sistema, di cartelli più o meno mascherati.

L’azienda è molto sensibile a temi di eco-sostenibilità: quali sono i risultati che hanno reso più orgogliosa l’azienda?

Senz’altro la neutralità di carbonio, raggiunta grazie alla piantagione di 1,5 milioni di alberi nel nostro allevamento matogrossense. La prima grande realizzazione e la più importante fu però la filiera ecosostenibile di Gran Moravia, nel 2010: una rivoluzione che ha scosso il sistema italiano. Nessun concorrente è in grado di esprimere gli stessi parametri ambientali e di salubrità. Anche la quantificazione del Waterfootprint ha costituito un primato assoluto. Ancora oggi inimitato.

Vi definite un’azienda che mette al centro la capacità di trasformazione della materia prima, anche davanti al rigoroso rispetto dei luoghi di provenienza?

Quella dei luoghi di provenienza è nel nostro settore quasi sempre una suggestione di marketing. Gli italiani sanno fare le cose in modo eccellente ovunque ve ne siano le condizioni. Ed esistono illimitati luoghi al mondo dove quelle condizioni possono ricorrere. Ad esempio, in Moravia raccogliamo latte di qualità nettamente superiore a quello che raccogliamo nelle “zone tipiche” italiane. I formaggi della nostra tradizione richiedono una materia prima di grande qualità per esprimersi, è quello l’importante, e ciò viene da molti fattori quali il clima, le razze di bestiame, il tipo di foraggi, la cultura zootecnica degli allevatori. Quando si ha in mano un latte superlativo, ogni prodotto che ne deriva diventa un fuoriclasse. Alla fine se non si sente la differenza, rimangono solo le chiacchiere.

Come si riesce a coniugare le esigenze quantitative dei consumatori con la necessità di mantenere un prodotto elevato dal punto di vista della qualità e dell’artigianalità?

Non esiste nessuna relazione necessaria tra quantità e qualità, mentre esiste tra artigianalità e qualità. Ma si possono ripetere i processi artigianali in numero esteso, così da ottenere entrambi i risultati. È quello che facciamo noi: lavoriamo a mano il latte dentro i tradizionali “pentoloni” detti “caldaie” o “reggiane” da 900 litri da ognuno dei quali escono due forme gemelle. Ponendo molte “caldaie” in anello se ne possono realizzare anche centinaia, ed il primo ha la stessa qualità dell’ultimo. Il vantaggio della quantità risiede nella riduzione dei costi e nella possibilità di avere alta professionalità e tecnologia attorno alla fase artigianale, ad esempio nella gestione del siero e delle panne di affioramento, o nella stagionatura. Ad esempio, stiamo completando in Italia il più grande magazzino al mondo robotizzato per formaggi grana, per 250.000 forme, con grandi risparmi e aumento della qualità. Facciamo fare ai robot i compiti che non richiedono particolare intelligenza. Gli uomini meglio destinarli ad impieghi a più alto valore aggiunto e complessità, come l’export o il marketing. Tradizione non significa fossilizzarsi ma tenere il meglio di ogni momento storico per fare meglio il prodotto.

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