Birre analcoliche: sono davvero senza alcol? La risposta è no

Sullo scaffale del supermercato, tra le birre analcoliche, capita di trovare due diciture che sembrano dire la stessa cosa: “analcolica” e “0,0%”. Nella percezione comune sono sinonimi. Nella realtà, e soprattutto nella normativa, non lo sono affatto e la differenza non è un tecnicismo da addetti ai lavori, ma qualcosa che può contare davvero per chi l’alcol deve o vuole evitarlo del tutto. 

La legge italiana è più permissiva di quanto si pensi In Italia, una birra può fregiarsi legalmente della dicitura “analcolica” fino a una soglia dell’1,2% di alcol in volume, come stabilito dalla normativa che regola la produzione e il commercio della birra. È un limite piuttosto ampio: significa che una bottiglia “analcolica” può contenere una quantità di alcol pur restando entro i confini di legge. La soglia italiana, tra l’altro, è più alta di quella raccomandata a livello europeo, dove il riferimento più diffuso per parlare di birra “analcolica” è lo 0,5%. Il risultato è che, a seconda del paese in cui viene prodotta o venduta, una birra definita “analcolica” può contenere quantità di alcol diverse — pur restando, formalmente, nella stessa categoria commerciale. 

La dicitura “0,0%”, invece, indica un prodotto realmente privo di alcol o con tracce talmente minime da essere irrilevanti. È una distinzione volontaria, che i produttori scelgono di indicare quando vogliono garantire l’assenza pressoché totale di etanolo, un’informazione aggiuntiva che il consumatore attento dovrebbe imparare a cercare. 

Come si arriva a una birra analcolica e a una 0,0%?

La ragione è nel processo produttivo. La birra tradizionale nasce dalla fermentazione: i lieviti trasformano gli zuccheri del malto in alcol e anidride carbonica. Per ottenere una birra a basso contenuto alcolico, i produttori possono agire in due momenti diversi. Il primo metodo consiste nel fermare o rallentare la fermentazione prima che si sviluppi alcol in quantità significativa. Il secondo prevede di produrre una birra “normale” e poi rimuovere l’alcol attraverso alcuni processi. Entrambe le tecniche, però, faticano ad azzerare completamente l’alcol senza intaccare gusto e aromi: è per questo che molte birre “analcoliche” mantengono comunque una piccola percentuale residua. Per arrivare a una birra 0,0% di alcol si deve seguire un processo più spinto e più costoso. 

Un’ambiguità che può contare per davvero 

Per chi beve una birra analcolica semplicemente per bere senza troppi pensieri, la differenza ad esempio tra tra 0,3% e 0,0% ha un peso relativo. Ma per chi deve evitare l’alcol per motivi di salute, gravidanza, terapie farmacologiche, eccetera, quella percentuale residua non è un dettaglio da poco. 

Come orientarsi? Semplice: non fermarsi alla parola “analcolica” scritta sull’etichetta, ma cercare il dato numerico della gradazione alcolica, quasi sempre riportato in piccolo sul retro della confezione. 

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