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Credetemi: il titolo può sembrare forte ma non riesco a trovarne uno migliore. Il ristorante Quique Dacosta, la mia seconda e per ora ultima tappa in Spagna, è davvero un tempio della ristorazione. Per qualità dei piatti, eleganza della location e solennità del servizio. Ma partiamo dal principio, perché sto scoppiando dalla voglia di raccontarvi ogni cosa…

Quique Dacosta si trova a Denià, piccola città di mare, a metà tra Valencia e Alicante. E’ un luogo molto semplice, al limite dell’anonimo, specialmente in inverno e questo accresce l’importanza del ristorante di Dacosta. Lo chef, infatti, utilizza solo prodotti locali: dal formaggio, alle uova, fornite da pastori spagnoli, per non parlare del pesce, le carni e il vino. Una spinta fondamentale per l’economia di quei luoghi.

L’entrata del ristorante è meravigliosa, molto moderna: due sculture di arte contemporanea mi scortano fino al dehor dove lo staff di Quique mi serve l’aperitivo, facendomi gustare una strepitosa zuppa di peperoncini affumicati e una zuppa di cozze valenciane. Ho l’occhio critico, ormai avete imparato a conoscerlo e il mio sguardo cade subito su un piccolo cortile all’aperto. Ne chiedo lo scopo: mi viene risposto che in estate, quindi con le belle giornate, l’amuse bouche viene servito proprio lì. Peccato essere arrivati solo in primavera…

Al tavolo mi accoglie il maitre: personaggio pazzesco, si chiama Didier. E’ un francese di Nizza, pronto alla battuta e molto navigato: ha già lavorato in altri ristoranti importanti. Mi propone due menù: “universo local”, dove chef Dacosta accoglie i suoi piatti tradizionali, classici e storici e “DNA alla ricerca”, dove, invece, lo chef esprime il suo modo di concepire la cucina di oggi. Opto per il secondo.

Nonostante il sommelier mi proponga una enorme varietà di vini, li rifiuto tutti. Voglio gustarmi lo champagne che mi è stato offerto appena seduto al tavolo. Mi guardo intorno: è sera, chiaramente si serve la cena, e non ci sono moltissimi commensali. Il ristorante può accoglierne una cinquantina. Un particolare mi colpisce: la metà dei tavoli è composto da italiani. Mi chiedo quanto la comparsata di Quique Dacosta a Masterchef abbia influito in questa cosa.

Non ho tempo di ragionarci perché lo chef mi accoglie con un gamberone che Didier, il maitre, mi spiega essere dolce perché cresciuto non troppo in profondità e quindi con poca pressione dell’acqua. Trovo squisita la descrizione e ottimo il servizio.

Sarà così per ogni piatto: alla fine le portate saranno 21. Didier danza tra i tavoli nemmeno fossimo alla prima del “Lago dei Cigni” di Čajkovskij.

Tra le pietanze che mi hanno maggiormente colpito, vi voglio parlare de “Lo storione, l’ostrica e la mano di Buddha”. Lo storione, rifatto in resina, è aperto sul dorso e riempito di caviale, che nulla è se non le sue uova stesse. Viene servito con un’ostrica, unico prodotto non del posto, ma del nord della Spagna e la mano di Buddha: un limone indiano, del quale si utilizza solo la scorza, con dei tentacoli che mimano un pugno chiuso. Mi ha colpito sia la presentazione che il gusto.

Interessante anche la ventresca di tonno rosso, riposata in kombu zuccherato e bottarga accarezzata da seccagione e sale. Bisogna mangiarla con dei crostini: ha un sapore forte ma tutto sommato gradevole.

Mi è piaciuta la neve di pesca: un semifreddo, chiaramente dolce, con una schiuma solidificata al gusto di pesca.

Tra un piatto e l’altro ho avuto modo anche di visitare i bagni. Se mi seguite con assiduità avrete imparato a conoscermi: per me sono una tappa fondamentale. Vedo una stretta correlazione tra i “servizi”, il pranzo, il mangiare e quindi l’igiene. Tutto sommato li ho trovati sufficienti, ma molto meno curati rispetto al resto della location: si poteva fare molto di più.

Il dolce, la classica petite patisserie, me viene servita di nuovo nel dehor, insieme a un amaro fatto in casa e a una bottiglia d’acqua. Sapendo che avrei dovuto affrontare circa 100 km di viaggio per tornare a Valencia, lo staff di Quique ha deciso di omaggiarmene. Che grandi signori! Discorso simile per il vino. Ricordate? Avevo deciso di bere solo champagne, ma per un piatto in particolare: l’anatra azzurra dell’Albufera, il sommelier ha deciso di offrirmi un rosso del posto che in effetti, devo ammettere, si sposava perfettamente con la carne appena scottata.

Menzione finale va allo chef, Quique Dacosta: nonostante ventiquattro ore prima fosse in Svizzera, a pranzo avesse cucinato per 40 blogger e fosse addirittura il giorno del suo compleanno, la sera era nel suo locale a presenziare. Abbiamo parlato a lungo, si è lasciato fare mille foto e si è interessato moltissimo al progetto Uomo delle Stelle. Messaggio agli chef italiani, ormai troppo VIP: la classe non si compra.

Voto finale: quattro barbe e mezza! Location top, servizio top e cuoco fantastico.

Ciao Spagna, a presto! 


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