Venerdì, 28 Dicembre 2018 15:34

“Che fai a Capodanno?” I 10 ristoranti in cui lo passerei…

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- Dì un po’: secondo te dove lo festeggia il Capodanno Tonino Cerezo?

- Eh già, ci stavo pensando proprio prima… -

- Secondo me dorme, perché è un professionista

 

Non c’è niente da fare: mi faccio fregare.

Sempre.

Ogni volta, ogni anno.

Ogni maledetto cenone (semi-cit.)

 

“Lo faccio per i bambini”.

Questo è quello che dico in giro. Non i miei, eh, sia chiaro: parlo di cuginetti e nipotini. Gli unici a cui permetto di tirarmi la barba. Ma questa, come al solito, è tutta un’altra storia…

 

“Lo faccio per i bambini” continuo a ripetere.

Lo dico ad alta voce, così me ne convinco. Ho letto da qualche parte che se pronunci una frase invece di pensarla solamente, il suono attiva circuiti particolari del cervello che rendono una semplice idea qualcosa di reale. Mi sembra “magia” ma in casi estremi come questi, provarle tutte mi dà un senso di sollievo da non sottovalutare.

 

“Solo per i bambini, eh”. E i piatti spariscono dal tavolo. Insieme ai tovaglioli, le posate, qualche bicchiere. Lasciano il posto a bottiglie di amari e digestivi: ne avremo un bisogno incredibile durante le prossime ore.

 

“Solo per i bambini, eh”. E vedo il mondo cambiare colore: la tovaglia da bianca diventa verde. Lo prendo come un segnale, per di più ripetitivo: sta per cominciare il mio incubo.

 

“Per i bambini” mi sussurro appena sulle labbra. Poi infilo le mani sotto la sedia e la trascino in avanti. Poggio i palmi sul nuovo “prato verde” che mi si para davanti, valutandone la consistenza. Quanto mi disturba: comincio a provare subito dei brividi di fastidio alla base della schiena. Ma devo resistere. Lo devo fare per i bambini, in fondo senza di loro le festività natalizie non avrebbero motivo di esistere. Mi verso qualcosa da bere e poi mi appresto a sminuzzare la buccia di un mandarino. Di entrambe le cose avrò necessità. Ora non so dirvi precisamente in quale ordine.

 

E’ il momento. Sono pronto. Non ho paura. Affondo il naso nei capelli del bimbo di turno seduto sulle mie ginocchia e aspetto. Aspetto chi si incaricherà di “prendersi” il tabellone. Soprattutto attendo con ansia di sentire il primo bontempone della famiglia gridare “ambo!” alla “chiamata” del primo numero.

 

Non è vero. Non lo è mai stato. Non lo faccio per i bambini ma per tutti gli altri. Per non essere tacciato come “scombina piani”. Ma a me, i giochi con le carte, non fanno impazzire. Vorrei avere i poteri di Spiderman in questi momenti: “Forza con la tombola! Dov’è l’Uomo delle Stelle?”. Attaccato, a testa i giù, sul soffitto. Ora fatemi scendere, se vi riesce.

 

Ma fidatevi, amici miei, c’è un qualcosa di infinitamente peggiore di carte pescate e scartate. Di puntate, vincite, perdite e urla varie. Il momento in cui, il parente di turno, avvicinandosi di soppiatto fa la domanda più ansiogena che esista: “Ma tu che fai a Capodanno?”

 

Stavolta ho deciso di anticiparli tutti e di condividere la cosa con voi. Di seguito trovate i miei dieci suggerimenti sui ristoranti migliori in cui passare la notte di San Silvestro. Sono locali tre stelle Michelin, sparsi in ogni parte del mondo. Chiaramente li ho già visitati tutti, altrimenti non mi sarei mai permesso di consigliarli. Utilizzateli per stupire parenti e amici. Anticipiamoli. Anche perché se poi rimaniamo a casa al calduccio, a guardarci i fuochi d’artificio dal divano, non lo saprà mai nessuno.

 

 

1. La Pergola (Roma – Italia)

 

“Vi basti sapere che quando Heinz Beck mi accoglie sulla terrazza de La Pergola con uno strepitoso aperitivo alcolico, tutto sembra improvvisamente migliorare. La tristezza va ancor più via quando insieme al sommelier, il cuoco tedesco mi porta con sé in cantina, raccontandomi di come, quando cominciò a frequentare le cucine, il concetto di cantina non esistesse proprio. L’usanza non era quella di accumulare il vino in una stanza ma di acquistare quello necessario giorno per giorno. Se la terrazza, che ha come scenario il meraviglioso skyline romano, appare pazzesca, l’interno de La Pergola, forse, è ancora più bello. Lo staff è preparato, di lusso ma anche cordiale. Si respira una certa simpatia nell’aria, di una tonalità giusta, mai eccessiva. Particolare che, come sapete, mi piace parecchio”.

 

2. Eleven Madison Park (New York – USA)

 

“Mi trovo qualche chilometro a sud di Manhattan: precisamente al numero 11 di Madison Avenue, dove all’interno di un meraviglioso palazzo d’epoca, trova spazio, in un tutta la sua magnificenza, l’Eleven Madison Park. Il locale di Humm si sviluppa all’interno di una sala ampia e rettangolare, dotata di soffitti alti almeno dieci metri. Le finestre, enormi, che lo separano dalla strada sono strepitose: permettono alla luce di farla da padrone. Peccato per i piccoli spifferi d’aria che spesso, avvolgendoti in folate ripetute e mai richieste, rischiano di compromettere il pasto”.

 

3. Per Se (New York - USA)

 

“Sono ancora a New York, in un centro commerciale che affaccia sul “Columbus Circle” e quindi su Central Park. Qui, al quarto piano sorge il Per Se. Pochi passi oltre l’uscio e lo spirito del locale guidato dallo chef americano Thomas Keller esplode in tutti i suoi significati. Il Per Se è il classico ristorante di cucina francese, simile ad esempio ai vari Ducasse e Robouchon. E’ bellissimo: curato in ogni minimo particolare, dall’arredamento, alla posateria per finire con la qualità dei piatti e del servizio. Non appena entrato mi lascio rapire da un meraviglioso camino posto al centro della stanza: fa davvero molto atmosfera, nonostante, il fuoco sia “virtuale”, cioè realizzato con delle pietre e non con la legna”.

 

4. Bo Innovation (Hong Kong – Cina)

 

“Bo Innovation è l’unico tristellato di Hong Kong che non sia all’interno di un albergo o di uno centro commerciale. Ha visto la luce nel 2005, quando Leung dopo essersi fatto le ossa in giro per il mondo lavorando con colleghi del calibro di Adrià, Blumenthal e Robuchon ha deciso di provare la strada solitaria. Si trova in un quartiere “popolare”: non tra i più in dell’ex colonia inglese, ma comunque con vista su una strada trafficata e ricca di negozi, visibile dalla sala del ristorante, grazie alle splendide vetrate”.

 

5. Maaemo (Oslo – Norvegia)

 

“Ho come l’impressione che la ragazza, vedendomi, sbatta l’indice sul quadrante dell’orologio. Sorrido e scuoto la testa. E’ tutto frutto della mia immaginazione: ma anche se sono in ritardo, mi trovo ad Oslo, mica a Roma. E per di più in uno dei ristoranti tre stelle Michelin d’Europa, l’unico norvegese. Maaemo: madre terra.

Quello del giovanissimo chef Esben Holmboe Bang, trentacinque anni per lui, è il locale tristellato più a nord del continente. Oslo sembra quasi una città svizzera: pulita, semplice, bella. E in più sul mare, con il panorama meraviglioso dei fiordi che spicca all’orizzonte. La capitale norvegese è famosa per due cose: l’arte contemporanea e gli sport invernali. Tant’è che su una collina prospiciente la città, c’è la pista per il salto con gli sci più alta del mondo”.

 

6. Auberge de l’Ill (Illhaeusern – Francia)

 

“Mi trovo in Francia, in Alsazia per essere più precisi. E sono ad Illhaeusern, letteralmente le case lungo l’Ill (il fiume), cittadina nel dipartimento dell’Alto Reno che ospita uno degli alberghi più antichi d’Europa: l’Auberge de l’Ill. Nato nel 1878, questo hotel 5 stelle lusso contiene al suo interno lo storico ristorante della famiglia Haeberlin, una dinastia di chef che lavora nelle sue cucine da 50 anni esatti. Raggiungere Illhaeusern non è proprio tra le cose più semplici al mondo: il paese più popolato è a circa 70 chilometri, l’aeroporto più vicino a quasi 120. Eppure le sale, ampie, belle e spaziose dell’Auberge de l’Ill che possono contenere fino ad anche 100 commensali, sono spesso piene. Colme di clienti affezionati che ritornano, anche più volte all’anno, per gustare la cucina degli Haeberlin”.

 

7. Vendome (Bergisch Gladbach – Germania)

 

“Arrivare a Bergisch Gladbach non è complicato: il posto è a circa 8 km dall’aeroporto di Colonia e la strada da percorrere per coprirli è meravigliosa. La stradale passa in un bosco con atmosfere da brividi specialmente se, come me, si ha la fortuna di arrivare qualche minuto prima del tramonto. L’Hotel Schloss Bensberg si trova all’interno di un castello del XVII secolo, progettato e realizzato da un architetto veneziano. All’ingresso si viene accolti da giardini immensi e da una fontana fantastica. L’entrata di Vendome, molto semplice, è più isolata. La sala, raggiungibile dopo aver superato una piccola reception, non è molto ampia: potrà contenere un massimo di 8 tavoli e non più di una trentina di commensali. Praticamente lo stesso numero di ragazzi di cui si compone la brigata in cucina. Il regno di Wissler è diviso in due parti: il piano superiore, utilizzato per la rifinitura dei piatti e quello inferiore dove invece viene effettuata la preparazione del servizio”.

8. Flocons de Sel (Megève – Francia)

“Mi stringo nel bavero del cappotto. E poi scrollo per un’ultima volta le Timeline dei miei Social. Lo faccio un istante prima di imboccare il vialetto e infilare l’entrata. Lo faccio come gesto propiziatorio prima della mia quarta tappa, la prima francese. Lo faccio quasi per salutare il mondo degli altri prima di immergermi nel mio: quello sconosciuto ai più, purtroppo. Quello fatto di profumi, sapori, odori, colori. I miei amici si rallegrano per l’arrivo della Primavera. Postano foto di posti assolati, di fiori sbocciati, di rondini al ritorno. Beati loro: qui dove sono io, a Megève, proprio in pieno Monte Bianco, la “stagione dell’amore” è ancora un lontano ricordo. Sorrido. Batto i piedi per togliermi un po’ di neve e un po’ di freddo. E vado. The Man of the Stars is coming to town…”

 

9. Regis e Jacques Marcon (Saint-Bonnet-le-Froi – Francia)

 

“La strada che ho preso da Valenza (dove ho visitato la Maison Pic) è tortuosa ma splendida, come tutte le strade di montagna. Di paesino in paesino mi conduce a Saint-Bonnet-le-Froi nel distretto dell’Alvernia. Una cittadina francese di 239 abitanti che, a parte Vercingetorige e la sua storica battaglia (e vittoria) contro Giulio Cesare, è conosciuta solo per altri due motivi: i funghi e l’Hotel Ristorante Régis e Jacques Marcon. Il mio tavolo gode di una vista meravigliosa: è di fronte ad un’ampia vetrata che dà sull’intera vallata di Saint-Bonnet. Noto che i miei “compagni” di pasto sono dei commensali a tutti gli effetti: pochissimi i clienti dell’hotel. La cosa mi fa sentire molto più a mio agio rispetto alle altre tappe del mio viaggio. Ci sono moltissime famiglie e anche gruppi di amici: ridono, parlano ad alta voce, fanno chiasso. E’ una cosa che accade raramente in un ristorante tre stelle Michelin. Merito della convivialità che si può respirare da Régis e Jacques Marcon”.

 

10. Cheval Blanc (Basilea – Svizzera)

 

“Mi trovo a Basilea. Nell’hotel “Le Trois Rois”, uno dei più antichi d’Europa. Nato come locanda nel 1681 e trasformato in Grand Hotel nel 1844, al suo interno ospita Cheval Blanc, il locale di chef Peter Knogl: uno tra i 100 migliori ristoranti del mondo, tre stelle Michelin dal 2016. La parola migliore che mi viene in mente per descrivere il posto in cui sono è: eleganza. L’entrata è imponente, il soffitto è imponente, i lampadari sono imponenti. Tutto dà una sensazione di sfarzo, diversa, però, rispetto a quella che trasmettono gli hotel francesi che ho visitato. Nella terra transalpina è tutto un richiamare il periodo del Re Sole (Luigi XIV), al “Trois Rois”, invece, noto un atteggiamento low profile, un’eleganza più soft”.

 

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