Venerdì, 09 Novembre 2018 16:14

Le classifiche: i 10 migliori tristellati europei!

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Non fidatevi degli scrittori. O, comunque, di chi si serve delle parole per vivere. A parte la nomea di cantastorie, assolutamente vera e verificabile, gli scrittori vi ingannano (ma lo stesso discorso può valere per altre categorie come quella dei giornalisti, dei cantautori senza dimenticare i tanto bistrattati blogger). Cerco di spiegarmi, ci tengo a non offendere nessuno. Se avete qualche segreto da raccontare, qualche brutta esperienza che vi ha segnato l’anima e che proprio non riuscite a tenere dentro, se in qualche maniera avete bisogno di confessare qualcosa a qualcuno, lo scrittore vi ascolterà con attenzione. Somigliando moltissimo ad un amico di vecchia data.

 

Nulla di più lontano dalla verità.

 

Il vostro nuovo confidente sarà davvero molto preso dalle vostre parole, senza fingere, ma solo perché la vostra storia, in un qualunque momento della sua vita, potrebbe trasformarsi in lettere, righe e infine pagine. In un solo concetto: allo scrittore serve la vostra verità per realizzare personaggi e intrecci da best seller.

 

In questo senso, io non faccio eccezione. E i Social, da questo punto di vista, aiutano e tanto. Solo che mi allontanano da una delle mie grandi passioni: la lettura. Me ne accorgo ogni giorno di più. Quando ero giovane passavo la gran parte del mio tempo con il naso, a mo’ di segnalibro, incastrato tra le copertine cartonate di una nuova uscita. Oggi non faccio altro che scrollare home.

 

Non è di per sé un male, intendiamoci. Mi permette di capire cosa preferiscono i miei lettori. Cosa posso dargli di differente nei prossimi blog che realizzerò, cosa, soprattutto, viene maggiormente ricondiviso e quindi apprezzato.

 

Nei giorni scorsi, infatti, ho ricevuto diversi messaggi privati (sia su Instagram che su Facebook), in cui mi si chiedevano particolari in più su alcune mie esperienze culinarie. Per poter rispondere (visto che a volte svegliandomi nelle stanze d’albergo faccio difficoltà ad orientarmi) ho dovuto rileggere alcune mie recensioni. Accorgendomi di come non avessi mai stilato una classifica dei migliori ristoranti tristellati visitati in questi venti mesi di viaggio.

 

Detto fatto: eccola! Di seguito troverete le mie considerazioni sui locali europei (ci tengo a precisarlo) in cui ho mangiato meglio, con tanto di spiegazioni.

 

Un solo ristorante è stato capace di fregiarsi delle ambitissime cinque barbe: parliamo del The Fat Duck di Heston Blumenthal, il genio della cucina molecolare. Come scrissi in quell’articolo: “The Fat Duck è stata la più grande esperienza culinaria che mi sia capitata di vivere”. All’epoca, parliamo dell’estate 2017, non avevo ancora visitato l’Asia, l’Australia e gli Stati Uniti (nazioni sulle quali farò un blog a parte) ma mi sento di confermare la valutazione.

 

A seguire, ad un passo dall’eccellenza con quattro barbe e mezza, troviamo tantissimi spagnoli: El Celler de Can Roca (che non ha preso il massimo dei voti, solo per alcune sbavature che spero correggeranno), Quique Dacosta e Akelare. Un solo italiano, La Pergola di Heinz Beck, uno svizzero, Schloss Schauenstein e un tedesco, The Table.

 

Dall’ottavo posto, invece, dobbiamo evidenziare una sfilza di parimerito con 4 barbe. Tra questi ne abbiamo scelti tre: Bocus d’Or e Maison Pic per la tradizione e la storia e Maaemo perché è il ristorante tristellato più a nord del Mondo.

 

E voi, che ne pensate delle mie valutazioni? Aspetto con ansia le vostre considerazioni.

Buona lettura e mi raccomando: non fidatevi degli scrittori!

 

  1. The Fat Duck (Bray – Inghilterra) 5 barbe

“Oggi non viaggio. O meglio: non viaggio con la mente, come di solito faccio. E voi lo sapete bene. Nessuna malinconia guardando il panorama che circonda il mio tavolo. Nessun volo pindarico alla ricerca di un qualche senso esistenziale in attesa dell’arrivo del maître o del sommelier. Nessun ragionamento contorto che spesso vi costringo a subire, aspettando che vi parli di piatti e di vini.  Nulla di tutto questo. Semplicemente perché The Fat Duck è già di per sé un viaggio. Che tocca ogni lato della vita: dai sensi alla memoria. Nessuno escluso.

Semplicemente perché The Fat Duck è la più grande esperienza culinaria che mi sia mai capitato di vivere”.

 

  1. El Celler de Can Roca (Girona – Spagna) 4.5 barbe

 

“Se potessi parlare del Celler de Can Roca dando voti separati, assegnerei un 8 alla location, un 9.5 alla cucina e un 7 al servizio. Che cosa mi è piaciuto? Praticamente tutto. Cosa non mi è andato a genio? Il pelo nel piatto e soprattutto la scarsa considerazione delle mie segnalazioni. Voglio credere non sia stata scortesia o mancanza di professionalità ma solo una svista dovuta al troppo lavoro. La sala, infatti, che come vi dicevo può ospitare fino a 45 commensali, era sold out. Voto finale 4 barbe e mezza. Purtroppo non posso premiare i fratelli Roca con 5. Le meriterebbero pure. Ma alcune sbavature vanno riviste”.

 

  1. Quique Dacosta (Denià – Spagna) 4.5 barbe

 

“Il ristorante Quique Dacosta è davvero un tempio della ristorazione. Per qualità dei piatti, eleganza della location e solennità del servizio (…) Menzione finale va allo chef, Quique Dacosta: nonostante ventiquattro ore prima fosse in Svizzera, a pranzo avesse cucinato per 40 blogger e fosse addirittura il giorno del suo compleanno, la sera era nel suo locale a presenziare. Abbiamo parlato a lungo, si è lasciato fare mille foto e si è interessato moltissimo al progetto Uomo delle Stelle. Messaggio agli chef italiani, ormai troppo VIP: la classe non si compra”.

 

  1. Akelare (San Sebastian – Spagna) 4.5 barbe

 

Mi alzo dal tavolo sazio e soddisfatto e chiedo di visitare la cucina. Al suo interno trovo circa 25 ragazzi: la regola del ristorante è che per ogni due commensali in sala, ci sia un cuoco ai fornelli. Pazzesco! Sono tutti ragazzi giovani che studiano alla scuola di Subijana. Le lezioni si tengono direttamente dentro Akelare. Lo chef, intanto, è lì, su un banco a provare mille soluzioni diverse nonostante la giornata volga al termine e siano le dieci di sera. Mi stringe la mano orgoglioso e mi spiega che visto l’arrivo dell’estate c’è da perfezionare il menù. Occorre proporre piatti nuovi, che presentino il giusto equilibrio. Questo è il suo segreto: quando la portata arriva al tavolo deve prima colpire gli occhi e poi il palato. Ma se delude una di queste due componenti, manca il suo obiettivo. La cucina di Subijana è tutta qui: una continua ricerca di equilibrio tra ricercatezza e gusto”.

 

  1. La Pergola (Roma – Italia) 4.5 barbe

 

“Lascio La Pergola soddisfatto: la tristezza per l’addio di Totti torna a farsi sentire, ma sembra ormai essersi incastrata in una piega dell’anima. Quella che si è formata guardando lavorare Heinz Beck nel momento, forse, più difficile della sua serata. Gli errori si possono commettere, l’importante è provare a rimediare agli stessi. Il suo atteggiamento mi è piaciuto davvero molto. Bravo Heinz!”

 

  1. The Table (Amburgo – Germania) 4.5 barbe

 

“Prima di andarmene, decido di farmi la solita chiacchierata con lo chef: raramente ho visto un uomo, un cuoco nello specifico, così innamorato del suo lavoro. “Amo le mie figlie – mi sorride – ma questo mestiere mi ha dato così tante soddisfazioni che qualcosa indietro glielo devo. Mia moglie lo sa: io tutti i giorni devo stare qui”.

La cucina di Fehling mi ha convinto: molecolare ma semplice, adatta anche a chi non è molto esperto. In più il tavolo comune, la cucina a vista e i piatti completati davanti ai commensali rendono tutto ancora più bello”.

 

  1. Schloss Schauenstein (Furstenau – Svizzera) 4.5 barbe

 

“Dopo aver pagato il conto e fatto due chiacchiere con Caminada che mi invita anche a trattenermi nel loro hotel (hanno sei suite in due piani diversi e mi spiegano che il loro fiore all’occhiello è la colazione…) mi lascio andare alle mie considerazioni finali. Schloss Schauenstein non può che meritare quattro barbe e mezza. Per l’eccezionalità della location, la qualità delle materie prime e per le capacità di chef Andreas Caminada. Esperienza consigliata e da ripetere al più presto”.

 

  1. Maison Pic (Valenza – Francia) 4 barbe

 

“Soprattutto è fantastica la storia della Maison Pic raccontata sulle pareti dei corridoi. In più vengo totalmente rapito da uno spazio esterno con un laghetto e una piccola cascata dove, poggiandosi su alcune sedie, è possibile prendere l’aperitivo. E’ davvero un luogo capace di rimetterti in pace con il mondo e con la vita.
Voto finale: quattro barbe”

 

  1. Maaemo (Oslo – Norvegia) 4 barbe

 

“Come sempre faccio, chiedo di poter visitare la cucina e parlare con lo chef. La trovo piccola ma molto attrezzata e organizzata. Al suo interno lavorano 25 ragazzi, tra i quali, a testimonianza della multiculturalità del paese in cui mi trovo, ci sono solo due norvegesi. Il resto sono americani, inglesi, addirittura cinesi e messicani. Il progetto di “So Wine So Food” li interessa moltissimo: ci facciamo una foto e mi chiedono di portare i loro saluti ai giornalisti della redazione. Me ne vado soddisfatto come non mi capitava da un po’. Bellissima esperienza da premiare con quattro barbe piene”.

 

  1. Paul Bocuse (Collonges-au-Mont-d'Or – Francia) 4 barbe

 

“Dopo aver pagato il conto, salutato tutti ed essere salito in macchina, posso lasciarmi andare alle considerazioni finali. Varcando la soglia del ristorante di Bocuse non mi aspettavo nulla di diverso: piatti squisiti, preparati con grande maestria e molto legati alla tradizione. Descrivere la cucina dello chef francese come innovativa sarebbe mancargli di rispetto”.

 

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