Camponeschi, quando la ristorazione è nel DNA

Alessandro Camponeschi e il suo “Love affaire”: nel “ristorante più aristocratico della Capitale” le vecchie maniere non muoiono. Anzi, si innovano

 

“A questo tavolo giocavo a backgammon con Massimo Troisi”. Inizia così il racconto di Alessandro Camponeschi che nel 2017 ha celebrato i suoi primi trent’anni di successi. A crederci per primo il nonno Tommaso negli anni ’30, poi fu il turno di Marino, padre di Alessandro, che a tavola ha ospitato il meglio della Dolce Vita romana. Dal 1987 Alessandro ha scelto di entrare in azienda, “nonostante mio padre mi volesse laureato in Legge” e, oggi, continua a raccogliere consensi come bandiera dell’alta ristorazione.

Innanzitutto è impossibile non guardarsi intorno…

“Piazza Farnese è una delle più belle piazze di Roma. Questa cornice rinascimentale ci ospita da trent’anni. Le mura che ci accolgono sono di un antico palazzo del ‘400, e nel tempo sono state crocevia internazionale di capi di Stato, imprenditori, stilisti, sportivi, vip, nobili, attori e artisti”

Qualche nome?

“Quentin Tarantino, Julianne Moore, Liza Minnelli, Ben Stiller, Catherine Zeta Jones, Michael Douglas, Charlize Theron, Julia Roberts, Zucchero e tanti altri”

Qual è l’insegnamento più grande che ha ereditato dalle figure che l’hanno preceduta?

“L’arte dell’accoglienza e la capacità di ascolto. Nel corso degli anni ho capito che per un ristoratore è più facile avere un cliente come amico, che un amico come cliente. L’attività lavorativa non può essere basata sugli amici, mio padre aveva ragione”

Il ricordo d’infanzia che le torna subito alla memoria?

“Le festività. E poi il periodo della vendemmia nell’Azienda Agricola di famiglia: a Lanuvio, alle porte di Roma, produciamo vino e ogni raccolta era una scusa per riunirci e organizzare grandi banchetti.”

Per lei cosa fa la differenza?

“L’uomo, cioè la persona. Oggi le aziende sono standardizzate. A tutte queste figure manca l’elemento fondamentale: il cuore”

Il male della ristorazione, invece?

“I saccenti, la poca umiltà. Per me è fondamentale l’aspetto umano, non si lavora da soli ma in équipe”

Non si sente un po’ vecchia guardia?

“Io mi reputo un blazer, sempre attuale e contemporaneo”

Qualche novità?

“Il Saturday lunch del sabato. E non chiamatelo brunch.”

E per il futuro?

“Continuo a lavorare come se questo brand non dovesse mai scomparire dalla città di Roma”

Andrea Martina Di Lena

 

Camponeschi
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