Poporoya, il più antico sushi bar di Milano

Arrivato in città nel 1977, lo chef Hirazawa Minoru delizia i palati dei clienti italiani da quarant’anni

 

Può sembrare incredibile, ma c’è stato un tempo in cui sushi e sashimi erano, per gli italiani, un cibo alieno e respingente. Un tempo in cui i ristoranti giapponesi si conoscevano, più che altro, per una esilarante parodia di Paolo Villaggio nei panni di Fantozzi.

Nei primi anni Settanta, a Milano, se ne contavano forse soltanto due: il Suntory, meta da nababbi, e il più abbordabile Endo.  A Roma, per esempio, c’erano Hamasei in via della Mercede e Tokyo in piazza di Spagna. Proprio in quest’ultimo, lavorava Hirazawa Minoru detto Shiro, giovanotto di belle speranze e di infinite energie. Oggi, ha 72 anni, vive a Milano e celebra in questi giorni il quarantesimo compleanno del mitico Poporoya di via Eustachi, locale che vanta due prestigiosi primati cittadini: è il precursore di tutti i sushi bar milanesi ed è il locale giapponese con maggior anzianità di servizio sotto la medesima conduzione. “Nel 1977 il proprietario del Tokyo mi spedì qui per gestire una piccola bottega che non andava tanto bene”, spiega Shiro. Anzi, a dir la verità, non lo spiega solo lui. È un colloquio corale, perché Shiro parla un italiano scoppiettante e sgangherato, un po’ come l’inglese di Benigni: “Vivo in Italia da 45 anni, ma non so dire niente”, ammette sghignazzando. Occorre, dunque, l’intermediazione di Laura Magnani, nello staff del Poporoya da un quarto di secolo, e della figlia Mami, braccio destro del padre, assieme al fratello Hirokazu.

 

Come sono stati gli esordi?

“Quando sono arrivato io, in negozio si vendevano soltanto prodotti confezionati e i conti erano in rosso. Mi son detto: proviamo a fare il sushi!”

E i milanesi come l’hanno accolto?

“Il primo giorno, entra una coppia del quartiere. Guardano, chiedono. Lei vede il pesce crudo, inorridisce e trascina via il marito. Il giorno dopo, torna il signore senza la moglie. E prova ad assaggiare. Lui è diventato un cliente fisso”.

Era facile reperire la materia prima nel 1977?

“No no, era difficilissimo. Il pesce crudo c’era. Ma si faticava a trovare l’altissima qualità necessaria. Acquistavo il pesce e spesso dovevo buttarlo, perché non andava bene. Ho girato a lungo prima di scoprire un fornitore giusto”.

Nel frattempo, Shiro ha riscattato il Poporoya e ha ampliato il suo piccolo impero. Aprendo, sul lato opposto della strada, un ristorante che espone il suo nome d’arte nell’insegna.

E il sushi-boom degli anni Duemila? E l’inflazione degli all you can eat?

“Non ho pregiudizi contro nessuno. Ma il prezzo deve essere adeguato. Fate attenzione: se è troppo basso, non è un buon segno”.

 

“Arrivato a Milano mi son detto: proviamo a fare il sushi!”

- Hirazawa Minoru -

 

Valerio Massimo Visintin

Poporoya
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