Paolo Casagrande, l’italiano che ha conquistato la Spagna

L’allievo di Martin Berasategui ha eguagliato il maestro sulla Rossa: “Lasarte punta alla quarta stella”, dichiara il primo tristellato della capitale catalana

 

Non ha ancora raggiunto gli “anta” ma vanta un curriculum stellato che ha smorzato il suo accento veneto senza scalfire, però, la sua spontaneità. Paolo Casagrande doveva restare un solo anno in Spagna, eppure, l’incontro con il pluristellato Martin Berasategui ha stravolto i suoi piani, oltre alla residenza. Lo incontriamo in una delle vie più eleganti e ricche di Barcellona, Paseig de Gràcia, poco prima di iniziare il servizio del pranzo, non più l’unico a tre stelle della città.

 

È superfluo chiederle la casualità o la persona che le ha cambiato la vita?

“Non credo ce ne sia solo una. Ho sempre dato valore alle persone intorno a me, in primis ai miei genitori che hanno saputo indicarmi benissimo. A livello lavorativo ho due grandi coach: Alain Solivérès nei tre anni vissuti in Francia e Martin Berasategui, che continua a credere in me da 16 anni”.

È stato difficile lasciare l’Italia?

“Assolutamente no. Gli affetti sono nel mio cuore, la distanza è fisica”.

A livello professionale cosa si è portato dietro?

“Noi cuochi mediterranei abbiamo il privilegio di avere una forte cultura gastronomica. Io porto con me quello che ho appreso fin da piccolo con la promessa di reinventarmi ogni giorno in cucina”.

Lei è un inguaribile viaggiatore: cosa ha rubato dalle altre dispense?

“Ogni volta che viaggio mi sento un bambino, guardo tutto con occhi nuovi. L’Asia mi ha rapito. In particolare, ricordo la Thailandia e l’odore di curry. Prima di allora non usavo molto il piccante per un retaggio culturale delle mie origini. A volte siamo noi stessi a mettere dei paletti”.

Il primo piatto che ha fatto assaggiare a Martin, invece?

“Non lo ricordo, è stato tanti anni fa. Però, in amicizia, gli ho preparato un piatto veneto, le “Sarde in Saor”, una ricetta che mi ha insegnato mia nonna. Gli sono piaciute tantissimo”.

Anche lei si sente “genio e sregolatezza”?

“Geni ne esistono pochi. Bisogna sfruttare il talento, essere intelligenti e non credere di essere soli. Anche un genio senza una squadra non è nessuno”.

Quando avete ottenuto la terza stella, l’obiettivo era mantenere lo standard. Oggi cosa cerca?

“Fare meglio di ieri. Mantenere lo standard significa per noi prendere la quarta”.

Dalle sue parole non sembra esserci nessuna intenzione di rientrare in Italia?

“No, al momento no”.

Andrea Martina Di Lena

 

 

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