Oriole: dove, a Chicago, la cucina incontra l’arte

Storia di Noah Sandoval, ex musicista, che ha iniziato la sua carriera come lavapiatti ed ora è tra gli chef (stellati) più apprezzati di Chicago

 

Chicago è la città del vento e delle stelle. La Windy City americana è percorsa da larghe strade ed alti grattacieli, carezzata con forza da un vento quasi costante che porta con sé l'odore di ottimo cibo. Ed è proprio nella gastronomia che la più grande città d'entroterra degli USA brilla grazie al numero di stelle Michelin assegnate dalla prestigiosa guida del 2018.

Il nostro viaggio ci ha portato al ristorante Oriole, seduti al tavolo con il ridente Noah Sandoval, head chef creativo, pieno di tatuaggi e dall'attitudine leggera e ironica, suo punto forte. Ci accoglie davanti un'appetitosa grigliata di carne, il pranzo per lo staff che lui stesso si occupa di marinare e cuocere a puntino per tutti i suoi dipendenti.

Mister Sandoval, Chicago è una grande città popolata da ristoranti d'alta qualità. Cosa deve avere uno chef per diventare un “grande” nel suo settore in una località simile?

Chicago è una città estremamente competitiva e non è facile farsi strada nel mondo della ristorazione proprio perché è facile trovare ottime cucine ovunque. Ho sempre cercato di non gareggiare, nel senso sportivo del termine, ma di competere tutti i giorni con me stesso, cercando di superare la mia cucina in primis, tutti i giorni. Il segreto per fare sempre meglio è quello di migliorarsi e non di essere migliore degli altri”.

Da dov'è iniziato il suo percorso che l'ha portata al ristorante Oriole e alle sue stelle Michelin?

“Sarò onesto: tutto è iniziato quando ho capito che la scuola non era il mio interesse. Ho mollato gli studi e mi sono messo a lavare i piatti, lavorando come un matto tutti i giorni. Mi sono avvicinato alla cucina in questo modo, aiutando gli chef quando serviva, imparando ed assorbendo ogni nozione. Ho lavorato in molti ristoranti diversi e sempre di alto livello tanto da convincermi del fatto che, forse, ero portato anch'io per questo mestiere. Oriole nasce dopo una prima bellissima esperienza nel ristorante "Senza", volevo qualcosa di diverso in cui potessi esprimermi al meglio”.

Senza talento non si diventa Best Chef 2017 secondo il Chicago Tribune, così come non si guadagnano due stelle Michelin…

“Ti dirò di più, secondo il mio punto di vista, non apri un ristorante senza pensare a quanto possa essere gratificante ricevere un riconoscimento del genere. Non credo ai miei colleghi che mostrano disinteresse nei confronti delle Stelle Michelin. Tutti le vogliono, io sono felice ed onorato di averle ricevute”.

Cosa rende Oriole un ristorante unico nel suo genere e cosa lo differenzia dalle altre realtà di Chicago?

Oriole è un'esperienza che offriamo ai nostri ospiti. Un menù di quattordici portate, raccontate nei minimi particolari, un viaggio lungo e piacevole nel mondo dei sapori di mare che unisce tradizioni diverse da quella asiatica alla mediterranea. Mi piace pensare che i nostri clienti escano da Oriole dopo aver vissuto un percorso fatto di sapori, storie e molta arte”.

Come si coniuga l'attività culinaria alla produzione artistica?

Fare lo Chef è fare dell'arte. Ci vuole creatività, ispirazione, capacità di improvvisazione, buon gusto, studio e talento. Prima della cucina avevo la musica, ma quanto ho appreso nell'arte delle note ho messo nei miei piatti”.

Secondo lei a quale musica si avvicina di più la cucina di Oriole?

“(Ride ndr) Black metal svedese”.     

Lei è uno Chef molto giovane e tra i temi considerati più importanti proprio dai clienti più giovani c'è quello della sostenibilità. Qual è la posizione di Oriole rispetto questa tematica?

“Come head chef ho aderito ad un progetto nato a New York, volto a garantire il riutilizzo di tutte quelle materie prime inutilizzabili nelle cucine, ma commestibili. Diamo nuova vita a questi prodotti, garantendo cibo gratuito a tutte quelle persone che non possono permettersi un pasto decente nella loro quotidianità. È un piccolo passo, ne sono consapevole, ma si deve pur cominciare da qualcosa”.

Gianluca Grasselli

 

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