Maurizio Zanella: “Il legame fra Ca’ del Bosco e Franciacorta è unico"

"Non abbiamo paura del confronto con lo Champagne”

 

Maurizio Zanella, padre dell’azienda vinicola Ca’ del Bosco, è un simbolo storico del Franciacorta italiano e da oltre quarant’anni un fiore all’occhiello dell’enologia made in Italy. Il patron dell’azienda di Erbusco non si pone limiti: “La nostra denominazione è la più forte in Italia, chissà se tra qualche anno riusciremo a superare anche i francesi”.

Ci parla del legame che Ca’ del Bosco ha con la sua terra?

Quando si parla di prodotti agricoli c’è sempre una premessa da fare e cioè che il fulcro di tutto è il territorio, specialmente quando si parla di vino di qualità. Il legame di Ca’ del Bosco con la zona della Franciacorta è unico, questo rapporto così stretto vuol dire rispetto, arte e valorizzazione: tante cose che si notano varcando la nostra porta”.

Quali sono i fattori che determinano la perfetta riuscita del vostro vino?

“Fortunatamente la natura ci ha regalato in questi 50 anni, un clima pressoché perfetto, ciò ha reso il terroir, l’insieme cioè di tutte le componenti di un territorio, straordinario e adatto per questa tipologia di vino. Ci sono state però delle calamità naturali che hanno reso tutto più difficile, ma da quelle non ci si può difendere”.

Perché ha deciso di intraprendere la produzione del Franciacorta?

“Ad inizio anni settanta è cominciato il sogno Ca’ del Bosco. Inizialmente con la produzione di vini, poi con il Franciacorta. Da lì abbiamo iniziato un lavoro costante, mantenendo sempre il focus sulla qualità assoluta. Negli anni poi ci sono state delle disciplinari e normative che hanno permesso a tutti i produttori di Franciacorta di adeguarsi agli stessi standard e rendere in maniera più performante in termini qualitativi”.

Avete in qualche modo cercato di imitare il modello francese, nella produzione dello Champagne?

“Quando ho cominciato, l’agricoltura e quindi l’enologia italiana era vessata dall’industria: si pensava soltanto a produrre di più, senza pensare alla qualità. Questo perché il vino in Italia era diventato un bene di prima necessità. Nel momento in cui ci fu una ripresa a livello economico, si presero a modello la tecnica e la visione francesi, che se da una parte avevano vissuto anche loro un periodo non felicissimo, dall’altra erano riusciti a mantenere alcune eccellenze che hanno trainato questa rinascita. Il desiderio di verificare se gli stessi elementi avrebbero potuto funzionare anche qui in Italia, con i dovuti cambiamenti, mi ha spinto addirittura a chiamare il cantiniere di una famosa azienda di Champagne, la Moet & Chandon”.

Si può dire che il Franciacorta sia lo Champagne italiano?

“No, sono due prodotti troppo diversi. Sarebbe un errore paragonarli, perché uno ha trecento anni di storia e un volume di trecento milioni di bottiglie annue, il nostro Franciacorta ha dimensioni nettamente inferiori. Non abbiamo però nessun timore nel confrontarci perché nel mondo la nostra zona è l’unica, assieme ad alcune per la produzione di Champagne in Francia, a mantenere alto il livello di qualità senza scendere a compromessi con il mercato. Chissà che un giorno non possa anche superarlo, bisogna soltanto aspettare quei tempi fondamentali alla costruzione di un’etichetta”.

Che cosa rappresenta oggi questo prodotto in Italia?

“E’ l’espressione più alta di una certa tipologia di vino. Nelle altre zone non c’è stata una visione così compatta e ben gestita, anche per altre tipologie di prodotti. Il Franciacorta è in Italia la denominazione più forte”.

Come fate a mantenere inalterato il livello di qualità, nonostante l’aumento della produzione?
“Investendo ed essendo intransigenti. Investire significa per esempio acquistare vigne e aumentare l’altitudine dei vigneti per mantenere inalterata la freschezza del vino. Ma anche aumentare l’analitica, per arrivare ad avere un prodotto più salubre e naturale possibile. Possiamo rendere ancora migliorabili tutti i nostri processi, ma abbiamo già fatto molti passi in avanti, ad esempio ci siamo inventati una cosa che non ha mai fatto nessuno: il lavaggio dell’uva, per preservarla e renderla ancora più sana”.

Che rapporto ha con il biologico?

“Dal 2019 avremo oltre 200 ettari con la certificazione biologica, ma non la pubblicizzeremo. Per noi il biologico non è un valore aggiunto alla qualità del prodotto. Abbiamo iniziato la conversione circa quindici anni fa, per la voglia di dare maggiore longevità a questo territorio. In Ca’ del Bosco non sono mai stati utilizzati prodotti chimici, ma solo alcune sostanze di sintesi chimica, volte alla lotta contro le malattie dell’uva. La scelta del passaggio al biologico è stata presa per ragioni legate al rispetto della natura. Nella nostra visione la produzione convenzionale resta la più efficace, anche per salvaguardare alcune annate negative dal punto di vista climatico”.

Con il biodinamico?

“Ci abbiamo provato, ma non siamo stati sufficientemente bravi. Probabilmente con 200 ettari non si riesce ad avere tutta l’attenzione che necessità quel tipo di produzione”.

Qual è la bottiglia a cui è più legato?

Quella che porta il nome di mia madre, la ‘Annamaria Clementi’. E’ la più emblematica per ciò che rappresenta Ca’ del Bosco ed è la più storica d’Italia”.

La soddisfazione più grande?

“Riuscire a regalare delle emozioni. Quando gli standard sono elevati, non tradire le aspettative non è facile, e per me ricevere dei complimenti da un cliente che ha speso dei soldi per acquistare una nostra bottiglia è un grande motivo di soddisfazione”.

La qualità che si può trovare soltanto in un calice Ca’ del Bosco?

“L’eleganza e l’armonia tra tutte le sue componenti”.

Che ruolo ricopre il vino nella sua vita?

E’ la mia vita”.

 

Jacopo Nicoletti

 

CaDelBosco
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