“Martini? Always stirred never shaken” l’ha detto un italiano

L’impronta italiana nella worldwide mixology è più importante di quel che pensate. Andate a scoprirlo nei migliori bar del pianeta

 

Sorseggiando un “Black Diamond” mi guardo intorno. Intimidita all’inizio di entrare nel cocktail bar più longevo del mondo che non scende dal piedistallo della mixology da oltre un secolo, mi abbandono al privilegio di essere lì e di gustare un drink a dir poco sublime, come lo avevano fatto nel passato persone cui ritratti, in bianco e nero, sono appesi sulle pareti del bar. Liza Minelli, Clint Eastwood, Sofia Loren, Frank Sinatra e tanti altri. È stato The Legend, Peter Dorelli, a voler appenderli negli anni 80’ sulle pareti di American Bar del Savoy.  E loro lo avevano chiamato “Leggenda”.  Li conosceva tutti, sapeva leggere il loro umore e i loro desideri, ed interpretare il linguaggio del corpo per farli sentire a loro agio. Ogni cliente era al centro della sua missione. Sono passati anni ma l’approccio introdotto dal Mr “Martini? Always stirred never shaken” è rimasto il biglietto da visita del locale. Provo orgoglio per l’indelebile italianità di questo posto: lascito di Peter Dorelli, uno dei più importanti nomi tra i bartender di tutti i tempi.

Di pari caratura è il campano Salvatore Calabrese, altrimenti detto The Maestro. Anche lui ha “macchiato” di italico la storia universale dei cocktail da dietro il banco dei bar londinesi. In The Dukes, la sua “Liquid History” ha avuto tale successo da rendere il locale una specie di underground per i facoltosi intellettualoidi, desiderosi dei sui racconti sugli spiriti datati, prodotti negli anni di importanti avvenimenti storici. È proprio per questo motivo che a Salvatore si attribuisce il primato del cocktail più costoso del mondo (£5500) che, in realtà, ambiva solo ad essere il più antico, per esattezza di 730 anni complessivi tra tutti gli ingredienti. The Maestro e The Legend sono stati, entrambi, i Presidenti dell’Associazione Bartender UK ed entrambi hanno deliziato la Regina del Regno Unito con i loro cocktails. Oggi fanno parte delle Giurie dei più importanti concorsi internazionali per bartender.

Dell’estro dei mixologist italiani si è scritto non poco, la loro influenza ha segnato tendenze e gusti nelle epoche. Vogliamo assaggiarli anche noi? Oriole, Connaught Bar, Paradiso Cocktail Bar, Bar Termini: sono solo alcuni dei nomi della lista “The World's 50 Best Bars” che devono il loro posto sull’Olimpo della mixology grazie ai talenti nostrani.

Andiamo a trovare Ago (Agostino) Perrone. Lui è ipnotico, cerebrale, un mago di ospitalità. A Perrone oggi si attribuisce il cambio del rito del cocktail: non è più questione di bere un drink in un luogo di atmosfera, è questione di vivere un’esperienza intensa e fascinosa, creata intorno a te. La sua reputazione l’ha fatta al Connaught Bar durante i dieci anni della sua esistenza, sconvolgendo del tutto il secolare concetto del bar presso i grandi hotel. A posto del lussuoso lounge in stile americano con intramontabili classici nella lista dei cocktails, head bartender Perrone ha voluto un vero e proprio Cocktail Bar con una proposta di drinks rivoluzionaria, dove dare sfogo all’indomabile creatività italiana. Ora lo seguono in molti, ma è il suo Connaught Bar, grazie all’autenticità dell’intuizione, ad occupare di anno in anno un posto nella lista dei “The World's 50 Best Bars”.

Matteo Zamberlan, in arte ‘Zed’, è il “re di mixology” e lo trovate al Giorgio Armani Restaurant in 5th Avenue a New York. Ha appena sdoganato l’amaromania nella miscellazione d’America, che presto, a detta di lui, si abbatterà anche sull’Europa. Secondo Matteo, l’amaro è un prodotto perfetto per un bravo bartender, in quanto il suo gusto spazia dall’amaro al dolce, dal balsamico, affumicato, erbaceo, al fruttato. Con importanti esperienze in USA e in Giappone alle spalle, sicuramente sa quel che dice.

Torniamo a Londra, dove a stupirci di più è il piccolo e accogliente Bar Termini, che da tre anni a questa parte sfida i grandi nella sopracitata classifica. Racchiude un’atmosfera nostalgica degli anni 50’ e della dolce vita italiana, e un ineccepibile equilibrio in ogni cocktail. La chiave dell’enigma si chiama Tony Conigliaro, alias Tony C, “rockstar of mixology”, il re dei Negroni, nonché il bartender supervisore nei suoi quattro bar londinesi. Tony ha lavorato in molti posti di rilievo come Zuma e Hakkasan, ha vinto svariati concorsi e sfide prima di lanciare la propria attività che non si limita ai bar. Infatti, il progetto più innovativo è The Drink Factory, che si occupa della creazione di nuovi sapori “che incantano il palato ed eccitano la mente in egual misura”. Saranno quelle componenti a rendere i cocktail di Termini così strepitosi? In ogni modo, il mondiale successo raggiunto in brevissimo tempo ha indotto Tony a replicare aprendo, un anno e mezzo fa, Bar Termini Centrale. Una volta lì, chiedete un “Scofflaw”. Se vi piace il bourbon, of course.

Un altro bar della lista questa volta è a Barcellona, il Paradiso. Giacomo Giannotti è il capo bartender del miglior speakeasy di Spagna. Da qui vince la World Class competition 2014 con il suo Mediterranean Treasure. Giacomo è un esteta. Trae ispirazione da tutto il bello che lo circonda e lo esprime nei suoi magnifici cocktails fino a lasciar il cliente in suggestione. Ma la sua politica, che si traduce anche nel prezzo (8-12 €), è rendere il Paradiso un posto per tutti.

Alessandro Palazzi, Simone Caporale, Robert Ferrara, Luca Cordiglieri, Paolo Viola… La sfilza dei nomi è quasi infinita, si potrebbe arrivare a scrivere un atlante, per il quale non c’è spazio sulle virtuali pagine del nostro giornale. Termino qua, citando ancora un solo nome, quello di Luca Cinalli. Si parla di lui come di un eccezionale cocktail-teller: discreto, ma potente come un mago. Ago, quel Agostino Perrone, ha detto che le creazioni di Cinalli immancabilmente accendono la curiosità della gente tanto da chiedere di essere raccontate. Luca ha lavorato come head bartender nel mitico Nightjar, lo speakeasy londinese dall’atmosfera clandestina e tenebrosa, per poi lanciare il nuovo bar Oriole della stessa proprietà, portando anche lui nella famosa classifica. Due locali spettacolari con un fitto calendario delle serate jazz e nutrite liste dei signature cocktails con l’impronta italiana.

Confesso, all’Oriole anche io sono andata al banco per farmi raccontare il mio “Marine Drive”.

 

Neonila Siles

 

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